Uniti contro Hiv e Aids

In Sudafrica e Namibia per combattere la malattia con un approccio olistico
Maria è una peer educator, letteralmente un’educatrice alla pari. Lavora per una delle più importanti imprese del settore turistico della Namibia, la Gondwana Collection, che ospita nei suoi lodge sparsi per tutto il paese, turisti che arrivano da ogni parte del mondo, soprattutto dalla Germania, che vogliono godere per qualche giorno del meraviglioso paesaggio africano, fare safari e dedicarsi alla fotografia naturalistica.

Maria, coma la maggior parte degli impiegati alla Gondwana, lavora distante da casa, infatti i lodge sono immersi nella natura, lontano dai villaggi, dalle famiglie, dagli ospedali. Anche se fa poca differenza dove stai quando si parla di educazione alla salute ed educazione sessuale.

Maria e gli altri peer educators cercano di rendere i loro colleghi più coscienti su cosa sia uno stile di vita sano, su quali siano le risorse che hanno a disposizione per mantenerlo in particolare per quanto riguarda la salute. Una conoscenza che sono contenti di poter espandere anche al di fuori dell’ambiente lavorativo, a casa e nei villaggi.

La prima domanda che Maria fa a chi vuole diventare educatore come lei è: cos’è l’HIV?

Hiv sta per Human Immunodeficiency Virus, che è l’agente responsabile della sindrome da immunodeficienza acquisita, che quando conclamata diventa AIDS, Acquired Immune Deficiency Syndrome.

Secondo l’ultimo rapporto di Unaids, il programma delle Nazioni Unite per informare e avviare azioni di contrasto alla diffusione dell’HIV, nel 2015 sono state 2,1 milioni le nuove infezioni, da aggiungere ai 36,7 milioni di persone che vivono con l’ HIV nel mondo.

La buona notizia è che, nonostante il numero di persone contagiate risulti più alto (probabilmente grazie al maggior numero di test effettuati, infatti il numero di nuovi infetti è leggermente diminuito), dal 2010 sono più che raddoppiate le persone che vivono sotto terapia antiretrovirale.

Nell’anno 2000, cinquemila medici e scienziati hanno firmato un documento che ha sconvolto il mondo: la dichiarazione di Durban, dal nome della città sudafricana dove si è svolto l’incontro. Nel documento si affermava che il virus HIV è la causa dell’AIDS e che stava uccidendo migliaia di persone, soprattutto in Africa, ed era rivolto in particolare all’ora presidente sudafricano Thabo Mbeki e alla sua politica sanitaria negazionista.

Sedici anni dopo, nel 2016, c’è stato un altro meeting, nuovamente a Durban, per fare il punto sul lavoro fatto dal 2000 e ne è risultato un quadro preoccupante: se negli anni passati il numero di nuovi infetti stava calando, negli ultimi tempi si è arrivati a uno stallo; in alcune regioni, anzi,il numero cresce. Globalmente le persone con HIV stanno aumentando, cosa che mette a serio rischio l’obiettivo di arrivare al 2030 con il problema HIV/ AIDS sotto controllo.

In più nel 2015 si è registrato un calo dei fondi destinati al contrasto con l’HIV. Questo perché i governi stanno affrontando importanti cambiamenti politici e anche altri donatori hanno dovuto rispondere a molte richieste, comprese quelle per affrontare la crisi umanitaria dei rifugiati e dei migranti.

Il Sudafrica aveva e continua ad avere una delle percentuali più alte al mondo di persone affette da AIDS. Ma chi è stato uno dei primi a parlarne apertamente?

E chi sono le persone più a rischio?

Oltre le donne, sono proprio le persone in età lavorativa le più interessate dal problema dell’HIV, quelle che hanno prospettive per il futuro, di costruirsi una famiglia e formare la società di domani. Persone come Maria e i suoi colleghi che con grande motivazione e impiego di energie si informano per divulgare informazioni corrette e sfatare i miti intorno all’AIDS nell’ambito famigliare e professionale.

È evidente quindi, perché il mondo del lavoro sia interessato a operare in un ambiente sano, ed è altrettanto evidente che non possa raggiungere tutti gli strati sociali e lavorare da solo.

La religione e le chiese sono una parte importante della vita delle persone.

Nasce così Church and Buisness against HIV&AIDS, progetto promosso dalle chiese evangeliche del nord Reno e Westfalia, sostenuto dai fondi dell’Otto per Mille Valdese, che consiste in una partnership tra chiese e le aziende in Sudafrica e Namibia che muove diversi enti e associazioni coinvolti direttamente nella gestione del progetto, con lo scopo di contenere la diffusione del virus e le conseguenze relative al contagio dell’HIV, nei posti di lavoro come nelle realtà domestiche e comunitarie.

Come ricorda il dottor Brink, all’inizio degli anni ’90 pochissime persone di colore avevano contratto la sindrome da HIV, alla fine del decennio era sieropositivo il 25% della popolazione di colore. La gente ha cominciato ad ammalarsi e morire e i nei primi anni una diagnosi di sieropositività significava ricevere una sentenza di morte.

Tutto è cambiato intorno al 2000 quando hanno cominciato a esserci le cure.

Dal punto di vista delle aziende questo problema andava oltre l’ambito lavorativo, coinvolgeva le famiglie, le comunità in cui operano. Ci si è resi conto che se le aziende volevano sopravvivere, dovevano operare in una comunità sana, e il business aveva la responsabilità di fare qualcosa e non lasciare al governo il compito di affrontare da solo il problema.

Parlarne è stato ed è ancora un problema; si tratta di un aspetto molto personale ed è naturale che una persona non sia particolarmente portata a condividere la propria condizione di salute. La prima cosa da fare è stata creare una politica contro la diffusione dell’HIV che garantisse la privacy, nessuna discriminazione e la divulgazione del messaggio che, nel caso di positività, ci sarebbe stato bisogno di cure.

Quando sono arrivate maggiori conferme sulla validità delle terapie è stato ancora più facile rassicurare sul fatto che fosse meglio sapere la propria situazione medica: se sai, qualcosa si può fare, si può evitare la morte e condurre una vita normale, aiutare la famiglia. Ma bisogna sapere.

Il mondo del business, almeno una parte di esso, si è messo in moto tempo fa cominciando a controllare lo stato dei propri dipendenti ripetutamente nel tempo, ma quando si cerca di allargare il problema alla vita nelle comunità e nelle famiglie i pericoli e il senso di colpa che anche solo parlare di AIDS genera, sono devastanti. Dovunque, chiunque combatta lo stigma dell’AIDS pronuncia la parola tabù.

E sono specialmente gli uomini a subirlo anche se sono le donne a essere sproporzionatamente più a rischio e spesso rischiano di trasmettere la malattia ai bambini che concepiscono e danno alla luce.

Non si tratta solo di migliorare la salute, ma anche costruire una società più giusta che non mette a rischio la salute delle donne, che sono sempre le più vulnerabili, una nuova pratica che interrompa il circolo vizioso del senso di colpa che si tramanda da secoli e che anche in anni più recenti è stato rinfocolato da alcune frange religiose e, forse, anche dalla società occidentale. In queste regioni l’influenza esterna ha avuto un impatto devastante distruggendo quella che era l’organizzazione rurale e la sostenibilità esistente per qualcosa di nuovo, che non è ancora stato assorbito e che ora torna, con nuove intenzioni, ma cercando di imparare passo passo, a dare il proprio sostegno senza provocare ulteriori shock.

La sinergia è necessaria, d’altronde il virus non chiede di che razza sei, da che tribù vieni e qual è la tua fede.

Tre progetti

 

Tapologo

Thol’ulwazi Thol’impilo

Namibia

Questo reportage è a cura dell’Associazione Culturale Francesco Lo Bue/Radio Beckwith Evangelica .

Pubblicato a giugno 2017.

Tutti i materiali prodotti sono di proprietà dell’Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese.