Passo dopo passo

Dal supporto alle vittime di mine
fino a una nuova quotidianità
ad Amman insieme a Life Line, You Able
e la Campagna italiana contro le mine

Le giornate di Kamel cominciano sempre in modo simile: ogni giorno parte da casa sua, aggrappata su una delle mille colline di Amman, per andare al lavoro in un palazzo che sorge lungo Queen Rania street, una delle arterie più importanti della città, attraversata da uno tra i pochi servizi di bus veloci della capitale.

Eppure, la storia di Kamel Saadi è davvero unica.

Un momento del tutto normale come un picnic diventa il punto di svolta della vita di Kamel Saadi, ma è anche l’inizio della storia di Life Line e del centro di riabilitazione Paola Biocca ad Amman

Una storia che non è soltanto quella di una persona, ma di un modo di pensare, di una sfida raccolta e affrontata.

Rispetto all’inizio, i passi di Kamel sono stati via via sempre meno incerti, fino a diventare sicuri e spediti verso obiettivi ambiziosi.

Nel 1998 la Giordania firma e ratifica la propria adesione al Trattato di Ottawa, che prevede la proibizione dell’uso, dello stoccaggio, della produzione e della vendita di mine antiuomo e la relativa distruzione dei dispositivi sul territorio. È il terzo Paese del Medio oriente, dopo Yemen e Qatar.

Nel 2012 per la Giordania arriva il risultato più atteso: nel Paese non ci sono più mine.

Niente più campi minati, niente più mine, niente più difficoltà?

Sarebbe bello, ma anche se le mine non ci sono più, le persone amputate rimangono, e a queste si aggiungono nel tempo anche quelle che arrivano dagli altri conflitti regionali. Inoltre, le mine rappresentano soltanto uno dei motivi per cui si viene amputati.

Fino allo sminamento il mio interesse e la mia azione era per gli amici vittime di mine, ma poi ho cominciato a vedere moltissimi amputati per ragioni diverse: incidenti automobilistici, diabete, cancro o altri disturbi medici.
Kamel Saadi

Proprio per questo motivo, la sfida di Kamel, che nel frattempo ha fondato l’associazione Life Line, non è finita nel 2012, ma ha dovuto anzi rilanciarsi, giorno dopo giorno, accogliendo storie e difficoltà sempre nuove, con lo scopo di aiutare chi ha perso qualcosa a recuperare fiducia e a trovare nuovi modi per utilizzare le proprie capacità, per essere membri attivi e indipendenti della società.

Lungo questo percorso, ci si può perdere, ma per alcuni può invece succedere che si decida di percorrere la strada insieme, com’è successo a Orouba, la mamma di Sara, una bambina diventata ormai un simbolo di Life Line.

Oggi Ouruba collabora con Life Line, ma la sua storia è cominciata prima di attraversare la porta e non è ancora finita

Per affrontare queste sfide sempre nuove, nel 2015 nasce il Paola Biocca Rehabilitation Center. Un luogo in cui c’è davvero molta Italia. L’iniziativa, infatti, nasce dal lavoro congiunto di Life Line con due realtà italiane, la Campagna italiana contro le mine e l’associazione You Able, sostenute dall’Otto per mille valdese.

Uno spazio destinato a chi non può permettersi protesi o fisioterapia, ma anche un luogo in cui non si viene lasciati soli

Perché un centro dedicato a Paola Biocca?

Paola Biocca era una cooperante italiana, attivista di diverse campagne tra cui quella della Campagna italiana contro le mine, aveva lavorato anche con Amnesty International. Come portavoce del programma alimentare mondiale il 12 novembre del 1999 ebbe un incidente aereo e morì in Kosovo.

Foto via www.paolabioccacenter.eu

Una collaborazione come questa abbraccia un problema complesso a cui non è possibile rispondere in modo semplice e richiede moltissimi ingredienti: tra questi certamente una visione globale, un costante monitoraggio e un rapporto di fiducia capace di reggere ai momenti difficili, costruito attraverso un continuo confronto.

Ogni partner contribuisce portando la propria storia e le proprie competenze.

Non tutti hanno la possibilità di raggiungere il centro: chi oltre a un arto, per esempio, ha perso la vista, oppure chi è particolarmente debole, ha bisogno di essere seguito in un ambiente differente, quello di casa propria.

Ed è qui che la collaborazione tra Life Line, i partner italiani e l’Otto per mille valdese si sposta su un livello ulteriore: grazie al sostegno per l’acquisto di un furgone, ogni giorno Kamel si mette al volante, lascia il centro e raggiunge alcuni pazienti per un controllo, una breve visita, o anche solo per trascorrere qualche momento insieme.

La Giordania può sembrare un mondo lontano, uno spazio tranquillo compresso tra territori in conflitto, ma alcuni problemi si specchiano nel nostro Paese: anche in Italia, infatti, succede a molti di ottenere una protesi e di essere poi lasciati a se stessi.

Una vera riabilitazione, invece, significa accompagnare la persona nel riprendere a camminare e nel riscoprire la sua vita quotidiana. Per Life Line e per il centro di Amman è decisiva la presenza di Kamel, che permette ai pazienti di trovare non solo un esperto, ma anche assistenza peer to peer, basata sull’esperienza più ancora che sulle qualifiche: chi ha già affrontato il proprio stesso trauma è con molta probabilità la persona giusta per sostenere nuove persone con le loro problematiche.

Trovare sulla propria strada chi sa come si fa offre a tutti la possibilità di ricominciare a camminare, passo dopo passo.

Questo reportage è a cura dell’Associazione Culturale Francesco Lo Bue/Video Beckwith Studio .

Pubblicato a Febbraio 2019.

Tutti i materiali prodotti sono di proprietà dell’Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese.