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La passione per la cornamusa non ha più smesso di crescere: da quelle quindici persone che meno di dieci anni fa componevano il primo nucleo è partita una dinamica che ormai coinvolge almeno quaranta bambini e ragazzi. Chi era appena un ragazzo dieci anni fa oggi è un trentenne che insegna ai bambini più piccoli, e questa rinnovata tradizione coinvolge anche un gran numero di bambine, ragazze e donne.
Al di là della tradizione, reale o presunta, della cornamusa in Palestina, la verità è che si tramanda da persona a persona, da ragazzo a ragazzo, non solo a Bourj al Shamali ma anche in altri campi del Libano, come a Beddawi, nei pressi della città di Tripoli.
Tutto questo avviene nonostante la tradizione pastorale palestinese sia ormai poco più di un ricordo: anche se gli abitanti di Bourj al Shamali si ritengono persone di tradizione agricola, nel campo non ci sono aree verdi, e le coltivazioni nelle zone circostanti al campo vedono i residenti lavorare come stagionali per proprietari che non appartengono alla comunità.
Un motivo va forse cercato nel desiderio di tornare un giorno in Palestina: piantare alberi o avviare delle coltivazioni, ovvero mettere delle vere radici nel terreno, viene vissuto un po’ come accettare la permanenza nel campo.

Questo reportage è a cura dell’Associazione Culturale Francesco Lo Bue/Radio Beckwith Evangelica .

Pubblicato a marzo 2016.

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