Riso asciutto, carne, poche verdure

La mediazione interculturale passa attraverso il cibo. Ma non solo.

Uno degli aspetti più delicati di un luogo che si pone a cavallo tra l’accoglienza e lo spazio aperto per la città, riguarda l’attenzione ai processi di mediazione interculturale ed intergenerazionale. Attraverso il salone e le stanze della casa di Corso Mazzini l’intreccio delle biografie è così fitto da aver bisogno di una traduzione continua tra persone che provengono tradizioni familiari, culturali, religiose, nazionali, individuali completamente diverse.

Questo processo può avvenire attraverso molti fattori, a volte insospettabili, come ci insegnano le scienze antropologiche. Alcune volte, per un adolescente egiziano o gambiano può essere un problema decisivo capire chi ha cucinato il pranzo e quale carne abbia usato. E dal cibo possono nascere conflitti o legami. Per questo alla Casa delle culture c’è un’attenzione particolare all’alimentazione e spesso gli operatori si confrontano con i ragazzi per capire i gusti e mediare su come cucinare i cibi.

Riso asciutto, carne, poche verdure, pane, sugo. Spesso i gusti e le tradizioni sono stati un ponte per raccontarsi e per aprirsi alla città. E così è capitato che una pasta alla norma finisse accanto ad un piatto tradizionale somalo. Perché il cibo parla un linguaggio potente e complesso, in grado di contribuire a superare lo shock culturale.


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La decisione di Redouane

Redouane sposta lo sguardo da uno all’altro dei ragazzi presenti nel salone durante il pranzo. La sua è un’attenzione costante, premurosa, pronta a cogliere i cambiamenti degli sguardi e delle espressioni degli ospiti della casa. Mediare vuol dire soprattutto essere attenti agli altri e alle loro sfumature e Redouane questo lo sa.

Redouane è imam a Ragusa. Viene dal Marocco e lavora alla Casa delle culture fin dal dicembre del 2014, dall’inizio. Insieme agli altri operatori, è lui ad accogliere i ragazzi quando arrivano da Pozzallo e le sfumature inizia a coglierle dal primo incontro.

L’équipe della Casa delle culture è un intreccio di storie e culture, proprio come i suoi ospiti. Essere imam vuol dire avere un ruolo importante per i ragazzi musulmani. Un ruolo di guida, per orientarli nella complessità del mondo in cui sono arrivati.

Può sembrare strano per un occhio esterno veder collaborare in modo sereno e intenso all’interno di un progetto della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, evangelici, non credenti, cattolici e musulmani. È la traduzione pratica di molti dei discorsi ecumenici e interreligiosi che da tempo le chiese di confessioni diverse stanno intessendo. Ma soprattutto è il segno di una normalità, dove tutte le persone di buona volontà, indipendentemente dalla tradizione culturale o dall’appartenenza religiosa, collaborano in un lavoro quotidiano sulla frontiera. Normale, è anche la parola che usa il pastore Sciotto.


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Un aiuto importante

Parte importante del lavoro alla Casa delle Culture è l’attività dei numerosi volontari italiani ed internazionali. Una ricchezza utile anche nel campo della mediazione, perché i volontari occupano un posto particolare a fianco dei ragazzi, diverso dal ruolo che hanno gli operatori. Osvaldo ce ne racconta i contorni.

I volontari sono italiani e stranieri, ma sono tanti anche gli sciclitani che scelgono di condividere il loro tempo nella casa. C’è chi aiuta in cucina o nelle pulizie, chi passa del tempo con i ragazzi e chi propone nuove attività.

E poi ci sono persone come Davide, che unisce un periodo di volontariato a Scicli con le proprie esigenze di ricerca in ambito accademico.


Insomma, la parola mediazione rappresenta, nella Casa, una delle chiavi per far funzionare il gomitolo di storie e ingranaggi. Spesso intorno alle questioni più piccole o puntuali possono nascere conflitti anche profondi. Ognuno ha una soglia personale sotto la quale non è disposto a scendere a patti. Il confronto tra questi iceberg di biografie e tradizioni culturali non è semplice e le barriere della lingua non aiutano la comprensione reciproca. Mediare, in questo senso, vuol dire trovare compromessi accettabili da tutti, che non mortifichino i valori profondi di nessuno e che portino ad una vita comune dove il conflitto è affrontato e, per quanto possibile, temporaneamente risolto.

Questo reportage è a cura dell’Associazione Culturale Francesco Lo Bue/Radio Beckwith Evangelica .

Pubblicato a dicembre 2015.

Tutti i materiali prodotti sono di proprietà dell’Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese.