Il vento nel vicolo

Come è nata e ha messo radici a Scicli la Casa delle culture

La Casa delle Culture viene inaugurata a Scicli il 12 dicembre del 2014, ma la sua storia, come quella dell’intero progetto Mediterranean Hope, inizia molto tempo prima; precisamente il 3 ottobre del 2013, quando al largo di Lampedusa durante un naufragio muoiono oltre 360 migranti. Due giorni dopo, a Roma, si riunisce il comitato della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia.

A Scicli il progetto è quello di aprire una struttura che, in collaborazione con il centro di primo soccorso e accoglienza di Pozzallo, si occupi di ospitare individui con particolari vulnerabilità. Il primo passo è quello della ricerca di un locale adatto, che comprenda luoghi comuni e spazi più riservati. La scelta, dopo una lunga ricerca, ricade su di un palazzo nel centro, chiuso da decenni. Una struttura complessa il cui piano terra, nel tempo, è stato garage, officina, negozio di vestiti e che nei piani superiori ha tre appartamenti sfitti. Quando gli operatori di Mediterranean Hope lo vedono è ancora pieno di abiti d’epoca.

La ricerca di una struttura adatta è solo la prima difficoltà che si è posta di fronte alla nascente Casa delle culture. Ci sono state anche le polemiche, perché, si sa, il tema delle migrazioni scatena speculazioni politiche e timori nell’opinione pubblica. Scorrendo sulle pagine del sito di Riforma il dibattito tra ottobre e dicembre del 2014 [1, 2, 3, 4, 5, 6], si percepisce il grosso lavoro di spiegazione e mediazione tessuto nel tempo, prima dell’inaugurazione. Una polemica, ci spiegano alla Casa delle Culture, vissuta però in modo per lo più virtuale, sui media e sui social network.


Le tre porte

La Casa delle Culture, finalmente, il 12 dicembre 2014 viene inaugurata. Dopo i lavori la struttura ha cambiato volto. Ci sono tre porte, sempre aperte. Ognuna di esse è diversa dalle altre per forma e utilizzo. La prima è sulla facciata: un ingresso ampio, maestoso, circondato da vetrine; la porta di un negozio d’altri tempi. La seconda è un ingresso piccolo, modesto, che porta alla scala interna del palazzo. Una porta normale, analoga a quella di un condominio di una qualsiasi città. La terza porta è un’ampia serranda, che doveva servire da ingresso per le auto quando il locale ospitava un’officina. Un’apertura che porta ad una scala che conduce nel seminterrato, dove ci sono gli uffici.

Tre porte, tre forme, tre idee di apertura. Chiunque, con qualsiasi background culturale, forma del pensiero o proposta può entrare e sentirsi a casa. Perché il centro di Mediterranean Hope si è presentato proprio così alla città: una casa per tutti.

Il capodanno dei popoli è il primo momento in cui si riesce a superare la diffidenza. L’idea di essere un luogo aperto alla città e non un luogo di accoglienza per migranti in senso stretto, è stata probabilmente la chiave di volta che ha permesso di essere percepiti a Scicli non come un corpo estraneo, ma come un servizio che si rivolge a tutti. A partire dai ragazzi sciclitani, che, come spesso accade nella provincia italiana, non hanno opportunità analoghe per scoprire e confrontarsi con il mondo, o per, semplicemente ritrovarsi e stare insieme.


pieroQuesto è uno snodo del reportage, che si sviluppa seguendo la rete intrecciata intorno alla Casa delle Culture. Qui puoi decidere tu.
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Ma essere uno spazio aperto, in rete con l’associazionismo locale e ricco di proposte per la città non basta. La vera prova inizia con la quotidianità e le sue difficoltà, a partire dalla necessità di garantire ai minori l’accesso alla scuola, anche se molti di loro si fermano a Scicli per poche settimane. La scuola, come spesso accade, è per loro qualcosa di più di una semplice agenzia educativa: è l’accesso alla normalità e al mondo dei pari età, anche solo per pochi giorni. E questo, per la Casa delle Culture, ha voluto dire aprirsi ad una dimensione di condivisione nuova e, probabilmente, insperata.


osvaldoQuesto è uno snodo del reportage, che si sviluppa seguendo la rete intrecciata intorno alla Casa delle Culture. Qui puoi decidere tu.
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In profondità

Se si vuol capire in profondità l’esperienza di Mediterranean Hope a Scicli bisogna passare da una delle due porte sul retro che si aprono su di un vicolo stretto e corto sormontato da balconi e panni stesi. Un budello ombreggiato e ricco di vita nel quale si svolge una parte significativa della vita degli ospiti. C’è chi chiacchiera, chi si gode l’aria che gioca a nascondino nel dedalo di strade di Scicli. C’è poi chi è assorto in lunghi silenzi, con gli occhi che si perdono lontano, nella direzione dei desideri di chi vuole proseguire il viaggio o nella desolazione dei pensieri di chi si è lasciato alle spalle mesi difficili sulle varie strade della migrazione e ora, più tranquillo, prova a decantare le esperienze. Il vicolo accoglie i pensieri e le parole di chi vi sosta e li affida al vento perché vengano portati lontano.

Gli ospiti della Casa delle Culture sembrano davvero affidarsi al vento, anche perché la loro presenza a Scicli è temporanea. Ma chi sono le categorie di persone che vengono affidate a Mediterranean Hope in città?

In un anno la Casa delle Culture ha accolto oltre 420 persone, in particolare eritrei, gambiani, egiziani, nigeriani e bangladesi. In particolare minori non accompagnati.

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Proprio in quel vicolo che raccoglie le storie e i pensieri degli ospiti della casa, intervistiamo Osvaldo che ci racconta l’attività di accoglienza e raccolta delle storie individuali che viene effettuata all’arrivo e il processo di relocation desk che in alcuni casi viene attivato in collaborazione con l’ufficio di Roma.

Un lavoro complesso che non può prescindere dalla necessità di prendersi il tempo di capire la singola storia, il personale progetto migratorio, l’idea stessa che il ragazzo o la ragazza che approda sulle coste europee ha (o non ha) di sé e di ciò che vuole fare qui.

Un processo di personalizzazione di ogni storia di vita e di decostruzione delle parole e dei numeri con cui le ondate migratorie che raggiungono l’Europa sono narrate.

Nel frattempo nel vicolo le parole continuano a mischiarsi al rumore del vento.

Questo reportage è a cura dell’Associazione Culturale Francesco Lo Bue/Radio Beckwith Evangelica .

Pubblicato a dicembre 2015.

Tutti i materiali prodotti sono di proprietà dell’Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese.