Come una casa

Il lavoro quotidiano nel centro di Mediterranean Hope

I ragazzi e le ragazze accolti alla Casa delle Culture vivono una condizione particolare di difficoltà: sono minori, sono senza un’appiglio familiare, spesso hanno viaggiato solo con sconosciuti e quando approdano in Italia non tutti hanno una rete familiare o comunitaria che possa accoglierli in sicurezza. A questo forse si aggiunge la paura per il viaggio passato, la frustrazione di aver perso qualche familiare, il dolore e la fatica della separazione. La Casa delle Culture di Scicli si pone prima di tutto come un luogo di tregua, nel quale fermarsi e riposarsi. Un luogo accogliente in cui sentirsi al sicuro, riprendere le forze e sentirsi accettati.

In questa casa si mangia insieme, si fanno i compiti, si usa il tempo libero per mille altre attività. Si dorme, si parte per andare a scuola o a giocare, e poi si ritorna. Si puliscono gli spazi, si fa la spesa, si cucina per gli altri, si ascolta la musica e si fanno feste. Proprio una come in una casa.

La cucina ha un ruolo fondamentale: cucinare insieme può intensificare i rapporti e sedersi a tavola è un mezzo rapido e semplice per conoscere la cultura dell’altro e per raccontare la propria. Spesso, parlando del cibo che amiamo, riusciamo a parlare delle nostre radici.


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Allo stesso modo, per scoprire qualcosa in più della mondo in cui sono arrivati, i ragazzi amano andare a fare la spesa con gli operatori. Sembra strano conoscere la cultura di un luogo attraverso i negozi ma se ci pensiamo, in effetti, oltre a essere quello che mangiamo, come diceva Feuerbach, forse siamo anche quello che acquistiamo. In quest’ottica, un supermercato moderno potrebbe non rappresentare appieno la realtà e la cultura di un luogo particolare, essendo per definizione uno dei negozi più globalizzati che esistano. Ma ciò può essere un aspetto positivo: i ragazzi possono riconoscere qualche pietanza simile a quella delle loro terre di origine e proporla agli altri coinquilini. Anche la spesa diventa un’occasione di scambio e conoscenza.

Diversamente da una casa, qui ci sono i volontari, presenti nel centro fin dalla sua apertura che contribuiscono rendere il luogo accogliente e a far inserire i minori nei loro percorsi di normalità. Ma chi fa le pulizie in questa casa? Tutti e tutte. Il percorso educativo passa anche dalla presa di coscienza dei propri spazi e dall’attenzione che ne consegue. Prendersi cura di un luogo aiuta a farlo sentire maggiormente proprio, oltre a insegnare il rispetto per le cose e per il bene comune.

Il tempo libero nella Casa delle Culture è gestito direttamente dagli ospiti, ma gli operatori di MH fanno in modo che, oltre al divertimento, non manchino mai coesione e affiatamento, e che la solitudine sia solo una piccola parte del tempo qui, nonostante la breve durata della loro permanenza. Quando i ragazzi possono divertirsi e apprendere qualcosa anche attraverso il gioco o lo sport, è davvero il massimo. Il calcio per esempio, dice Giovanni, unisce e aiuta a socializzare ed è per questo che è così importante. Ma anche la spiaggia, d’estate, o le escursioni in diverse zone intorno alla città.

A Scicli gli operatori della Casa ci raccontano un aspetto importante che riguarda la comunicazione e in particolare la risposta alla domanda: come mai i migranti hanno i telefonini? Spesso una considerazione superficiale che tende ad ignorare le semplici necessità umane di tenersi in contatto con amici e parenti. Il pastore Sciotto lo riassume con semplicità: «per comunicare, come faccio con mia madre che sta solo a 50 chilometri».

Una questione che può sembrare banale, ma che banale non è, soprattutto se si è dei minori, soli, lontani da casa e dalla famiglia. Se il clima accogliente e familiare sono così evidenti entrando nella Casa delle Culture, osservando le attività scopriamo che i ragazzi e le ragazze vengono aiutati dagli operatori anche dal punto di vista della comunicazione: per esempio nella creazione di un profilo Facebook, che servirà loro per dare informazione ai propri contatti su dove si trovano e cosa fanno, ma anche per rafforzare le relazioni con il gruppo di pari in Italia.


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Attese

Uno degli ultimi giorni a Scicli, assistiamo a una scena emozionante: l’arrivo di alcuni attestati nominativi di identità, il primo documento ufficiale che i ragazzi ricevono in Italia. Ma non subito, e non a tutti insieme: ognuno ha i suoi tempi e percorsi anche tra le maglie della burocrazia italiana. La vita nella casa, infatti, è fatta anche – spesso – di attese, nonostante il fatto che, come dice Osvaldo, chi migra ha fretta di arrivare, iniziare un percorso nuovo, lavorare, dimostrare a chi ha lasciato in patria che le difficoltà sono superare, che ce l’ha fatta.

Il riconoscimento del proprio status da parte delle Istituzioni è pienamente inserito in questa tensione tra lunghe attese e fretta di oltrepassare l’ostacolo. La scena di fronte a noi, subito dopo il pasto, riempie di gioia i volti di chi inaspettatamente riceve questo pezzo di carta e di malinconia chi ancora aspetta. Concetta, che si occupa degli aspetti amministrativi e burocratici del centro, ce lo conferma: per arrivare a questi risultati c’è un grande lavoro, soprattutto per seguire la Questura, la Prefettura o il Centro di prima accoglienza e soccorso di Pozzallo, spesso inondati da nuovi arrivi e con la preoccupazione di gestire i numeri dei migranti. La gestione della burocrazia tra inghippi e rallentamenti, le richieste di protezione o di permesso di soggiorno, sono aspetti che caratterizzano questa casa particolare, e che anche i ragazzi conoscono.


Quasi una famiglia

Forse può sembrare un po’ esagerato o addirittura un po’ retorico, ma ciò che abbiamo raccontato fino a qui può essere inteso anche come qualcosa molto simile a una “famiglia”. Certo, le differenze ci sono e sono grandi. Ma, forse, come in una famiglia, alla Casa delle Culture c’è lo sforzo costante di guardare negli occhi il prossimo e considerarlo vicino, degno di amore, unico.

Questo reportage è a cura dell’Associazione Culturale Francesco Lo Bue/Radio Beckwith Evangelica .

Pubblicato a dicembre 2015.

Tutti i materiali prodotti sono di proprietà dell’Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese.