Un’isola, una comunità

L'arrivo e l'attività di Mediterranean Hope a Lampedusa

Mediterranean Hope è un progetto della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, finanziato dall’Otto per Mille valdese e metodista.

Mediterranean Hope è un nome che racchiude molti mondi. Uno ha messo radici nella città di Scicli e si chiama Casa delle Culture: si occupa di accogliere migranti condizione di particolare vulnerabilità (giovani mamme, donne incinte, minori non accompagnati). Un altro ha un nome difficile per chi non si occupa di migrazioni: Relocation Desk. Due parole che significano accompagnare chi fa richiesta d’asilo nel difficile percorso di inserimento in Italia ed Europa. Il terzo mondo è a cavallo del Mediterraneo, tra Europa, Marocco e Libano e guarda all’istituzione di “corridoi umanitari”, canali sicuri attraverso cui far arrivare da noi profughi in condizione di vulnerabilità.

Il quarto è l’osservatorio a Lampedusa, nato nel maggio del 2014, di cui parliamo in questo reportage. La presenza di Mediterranean Hope sull’isola è stata finanziata dall’Otto per Mille con 268.000 euro per gli anni 2014 e 2015.


Il progetto a Lampedusa si concretizza nel primi mesi del 2014. Dopo un primo sopralluogo ad inizio aprile, il 12 maggio Marta e Francesco, i due operatori dell’osservatorio, arrivano sull’isola ed iniziano il loro lavoro, a cominciare dall’individuazione di una sede. Un approdo in punta di piedi, in silenzio, perché a parlare fosse soprattutto la loro presenza a lungo termine sul territorio. Negli intenti il progetto riguardava soprattutto le conoscenza delle realtà isolana e l’individuazione di una strategia di comunicazione che rompesse le dinamiche consuetudinarie con cui Lampedusa era narrata. Un osservatorio che fosse anche megafono.

In realtà gli operatori hanno presto compreso come il tipo di intervento a Lampedusa dovesse essere anche di altro tipo, perché i bisogni dell’isola e dei suoi abitanti erano più complessi ed articolati. Un “lavoro di comunità” che Marta ci racconta volgendo lo sguardo ai mesi passati, alle difficoltà e alla rete di opportunità che nel tempo si è venuta a creare.

L’attività di comunicazione di Mediterranean Hope a Lampedusa è comunque tuttora importante e avviene su livelli differenti. Da un lato c’è una pratica diretta che cerca di rompere l’accerchiamento narrativo nel quale l’isola è rimasta impigliata durante i vari cicli di emergenza che l’hanno contraddistinta sui media. Una sorta di megafono nel quale spesso a parlare sono i lampedusani stessi. C’è poi un’attività indiretta che consiste in un quotidiano lavoro di accompagnamento di visitatori, giornalisti e studiosi nella realtà di Lampedusa. Un’attività importante perché una migliore conoscenza dell’isola e dei suoi abitanti, dei luoghi significativi e dei ritmi del tempo in questo puntino di roccia nel Mediterraneo, può aiutare a cambiare l’immagine stessa di Lampedusa. Un gesto che tuttavia comporta una grande responsabilità.

Lavorare con una comunità su di un’isola è complesso. Non si hanno orari e il campanello o il telefono possono suonare a qualsiasi ora per una chiacchierata, un intervento al molo Favaloro o una riunione. Ma nel concreto vuol dire soprattutto sapersi porre all’ascolto, senza avere ricette precotte o letture dall’esterno di una realtà complessa.

La scelta di fermarsi sull’isola e viverla in tutte le sue stagioni, da caos estivo alla calma invernale, ha permesso di entrare nei suoi ritmi, di comprenderne le difficoltà e le potenzialità. Di essere parte delle sua vita.

Si può percepire negli sguardi e nei gesti quotidiani degli operatori di Mediterraneam Hope. La casa è ogni giorno, tutto il giorno, crocevia di parole e persone. Si monitorano gli sbarchi, si organizzano cene e riunioni, si discute e si parla con tutti. Se si dovessero contare le parole dette ed ascoltate quotidianamente ci si perderebbe subito. Ma sono parole che diventano mattoni e che contribuiscono a costruire identità e società dell’isola, partendo dai diritti, dalle necessità e dalle relazioni.

In questo senso l’attività di Mediterranean Hope sull’isola è più che altro quello di facilitatori di processi che avevano bisogno di un ponte tra il mondo esterno e quello interno. Un paziente lavoro per intrecciare i fili di una società.

I risultati di questo lavoro si concretizzano in molte forme: un pallone, un libro, un sorriso, un succo di frutta al molo. Un senso di comunità che va ben oltre l’idea iniziale. Ve lo raccontiamo nelle pagine di questo reportage.

Questo reportage è a cura dell’Associazione Culturale Francesco Lo Bue/Radio Beckwith Evangelica .

Pubblicato a novembre 2015.

Tutti i materiali prodotti sono di proprietà dell’Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese.