La strada di Lampedusa

Migranti, residenti, turisti: l'isola è un crocevia di percorsi

C’è una strada a Lampedusa che percorre l’isola costeggiandone ad anello parte della costa. È la via principale, l’unica che ti permette di viaggiare tra le rocce e gli arbusti bruciati dal vento e dal sole compiendo l’intero giro da ponente a levante.

Un percorso ciclico, come ciclica è la storia dell’isola che da sempre è stata approdo e faro per marinai, naviganti, profughi. Si tratta di una vera e propria vocazione che a Lampedusa si è concretizzata, nel tempo, in molte forme.

Alcune di queste hanno lasciato una traccia in un luogo particolare: il Santuario della Madonna di Porto Salvo. Si tratta di un anfiteatro naturale scavato nella roccia al cui centro si trova uno spiazzo e un giardino alberato, uno dei pochi dell’isola; ai lati un sistema di grotte ed insenature compongono un riparo naturale. Un’oasi che da sempre ha offerto riparo a chi arrivava, naufrago o meno, sull’isola. Il luogo giusto per parlare di migrazioni. Lo facciamo con don Mimmo, il parroco , che insieme agli operatori di Mediterranean Hope e al Forum Lampedusa Solidale, si reca al molo Favaloro ogni volta che la Guardia Costiera porta a riva gruppi di migranti recuperati in mare, per dare loro conforto e accoglienza sull’isola. Nel mare di Lampedusa si decide della vita e della morte delle persone ed ogni corpo che giunge vivo al molo va accolto e celebrato.

Il molo Favaloro è una stretta striscia di asfalto compresa tra l’acqua del porto e la strada dove, quando c’è uno sbarco, sostano i pullman che porteranno i migranti all’hotspot.

Su quella piccola lingua di selciato i volontari del Forum Lampedusa Solidale affiancano gli operatori che si occupano dello sbarco dei migranti offrendo loro un sostegno e la primissima accoglienza. Ognuno ha un suo motivo per essere lì. Lillo lo fa per amore.

Se aspetti gli sbarchi sul molo, potresti essere la prima persona che i migranti vedono sul suolo europeo. Spesso questo è un motivo di gioia e festa, pur nella difficoltà. È il momento per testimoniare insieme che una parte del viaggio è terminata, che si è al sicuro, che il mare e il gommone tubolare con cui si sono affrontate le onde sono alle spalle. Che il confine che graffia la faccia e inghiotte le vite è qualche passo più indietro. Che ci saranno altre difficoltà e altri muri da scalare, ma che in quel momento si può sorridere. Altre volte, però, non c’è nulla da festeggiare, perché i segni della frontiera sono troppo profondi. Ce lo racconta Alberto, operatore di Mediterranean Hope.

Com’è nata l’esperienza del Forum Lampedusa Solidale e la presenza al molo Favarolo? Come spesso accade, dopo mesi di ascolto e comprensione dell’isola e del suo volto invernale, libero dal caos del turismo estivo,un evento ha catalizzato le forze e le menti di Mediterranean Hope, della parrocchia e del gruppo di lampedusani volontari. È successo tutto a febbraio, quando arrivarono sull’isola 29 corpi di persone morte lungo la traversata e oltre ai pochi sopravvissuti dell’ennesimo evento tragico: si decise di organizzare una manifestazione silenziosa fino al centro d’accoglienza il cui motto era “un fiore per i morti e un abbraccio per i vivi”.

Può sembrare un gesto minimo, l’essere presenti al molo e offrire uno sguardo, un saluto o una parola di conforto a chi sbarca. In realtà ha un valore enorme per i migranti e per gli operatori impegnati nel salvataggio. Don Mimmo ha una definizione per quel momento. Secondo lui , per chi sbarca, l’arrivo è una seconda nascita.

E poi c’è il centro di accoglienza, da poco chiamato hotspot. Un luogo dove la parola accoglienza assume un significato profondamente diverso. Una zona offlimits per gli operatori di Mediterranean Hope, così come per i lampedusani e i giornalisti. Un non-luogo che tuttavia determina la vita e i ritmi dell’isola.

Parlare di mobilità per chi abita e attraversa l’isola vuol dire considerare anche l’orizzonte che coinvolge i residenti di Lampedusa e il loro rapporto con il mondo. Lampedusa è collegata alla Sicilia con voli aerei e un traghetto quotidiano. Come dice don Mimmo l’isola vive anche perché lo Stato e la Regione Sicilia scelgono di mantenere questi due fili legati, perché da sola, Lampedusa, non è in grado di sostenersi. Ma al di là degli aspetti più identitari, su cui riflette ed agisce il Forum Lampedusa Solidale, ci sono delle questioni pratiche che riguardano la vita di ogni giorno, la vita su di una roccia di venti chilometri quadrati in mezzo al Mediterraneo.

Se torniamo a guardare Lampedusa dall’alto possiamo vedere nuovamente quella strada circolare, che si può percorrere all’infinito, senza andare da nessuna parte. Che tu sia migrante, turista o lampedusano quella strada ti porterà sempre dopo pochi chilometri al punto di partenza. Questo perché i bisogni di chi risiede temporaneamente o tutto l’anno a Lampedusa sono gli stessi e non si possono separare o distinguere. E i fili che ti collegano al mondo hanno le stesse ali e le stesse eliche.

A Lampedusa non si nasce ma l’isola, per fortuna, è piena di bambini.

A Lampedusa la frontiera tramuta il mare in filo spinato, ma sull’isola sono migliaia le vite che riescono a superarla.

A Lampedusa le strade, alla fine, possono portare più lontano di quello che sembra.

Questo reportage è a cura dell’Associazione Culturale Francesco Lo Bue/Radio Beckwith Evangelica .

Pubblicato a dicembre 2015.

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