La rete tra il pallone e la barca

Il diritto allo sport in mezzo al Mediterraneo

Soffia un vento forte dal mare. Su di un’isola il vento arriva sempre dal mare e ad esso ritorna, portando con sé le voci raccolte nel frattempo. È pomeriggio e le prime ombre si allungano sulla polvere rossa del campo di terra battuta a pochi passi dal porto. Il rumore di fondo riporta le voci dei bambini in pettorina arancione che si alternano alle indicazioni del mister. Suoni e rumori di un qualunque allenamento di calcio, udibili ad ogni latitudine.

Ma a Lampedusa non è affatto scontato che questi suoni si aggiungano al lamento del vento. Per capire cosa significhi in quest’ultimo lembo d’Europa parlare di diritto allo sport per i più piccoli, bisogna partire dalla polvere di un campo di confine, dalla sua terra preziosa e da quello che significa per i bambini dell’isola.

Una scuola calcio, il Gsd Lampedusa calcio, nata pochi anni fa, che oggi conta circa 60 ragazzi e che si occupa, in fondo, di dare loro un’educazione sportiva ben più ampia e importante del semplice gioco del calcio.

Giocare a calcio guardando il mondo da un’isola non è semplice, ti costringe a trovare una nuova dimensione nel tuo gioco. E così la squadra di ragazzi che doveva disputare il torneo Juniores si trova costretta a rinunciare e a rimediare su di un campionato di terza categoria. Giocare di martedì in Sicilia partendo da Lampedusa non è fattibile per chi va a scuola. Ma come funziona un campionato se il tuo campo è vicino al porto di Lampedusa? Con quali occhi si guarda al futuro?

La storia del Gsd Lampedusa calcio incrocia quella di Mediterranean Hope proprio nella necessità pratica di assicurare ai piccoli lampedusani il diritto di poter giocare a calcio. Perché il diritto allo sport, anche se ad un occhio superficiale può apparire secondario rispetto ad altri, è alla base della costruzione dell’identità e della salute di un bambino o di una bambina.

E così gli operatori di Mediterranean Hope hanno sostenuto la squadra nella sistemazione del campo e nel racconto delle propria realtà alle istituzioni di quell’Italia troppe volte lontana dall’isola. Da quest’anno, inoltre, Mediterranean Hope è sponsor della squadra. A proposito del diritto allo sport, Giorgio a fine intervista ribadisce, con un cenno della testa verso i bambini che si allenano, «la difficoltà più grande è far capire agli adulti che il futuro sono loro».

Sostenere una squadra di calcio non è un gesto minore, ma racchiude tutto il senso del lavoro con la comunità di Lampedusa. Perché attraverso lo sport si può contribuire a riallacciare i fili di un’isola e della sua società. In questo senso, sostenere una squadra di calcio vuol dire capire il problema dei ragazzi di Lampedusa, garantendogli una finestra di normalità e di futuro.


Ci sono due foto che tengono inesorabilmente legati futuro, presente e passato. In primo piano si vede la rete di una porta da calcio da cui parte un lungo campo di terra battuta su cui si allenano alcuni bambini in pettorina arancione. Nella metà sinistra della foto un pallone riposa fermo a metà del terreno di gioco. Sullo sfondo un cielo dorato spicca a contrasto con alcune vecchie barche che sembrano buttate a caso dietro la recinzione.

La seconda foto prova ad ingannare la prospettiva: la scena è la stessa ma più ravvicinata. Si vedono il pallone, la porta dall’altro lato del campo e le barche. Un muro di barche. Ci spiegano che sono quello che rimane di uno dei cosiddetti cimiteri di barche, formatisi nel 2011, quando l’isola conobbe uno dei momenti più difficili della propria storia recente. Presente, passato e futuro che si incontrano, si intrecciano, convivono.

Ci avviciniamo alle barche. Oggi sono poche, ci dicono, ma se le si guarda dal campo da gioco incombono comunque come un muro alle spalle dei giovani giocatori. Francesco Piobbichi, di Mediterranean Hope, racconta cosa rappresentino quelle carcasse abbandonate e quali storie portino con sé a due passi dal pallone fermo in mezzo al campo.

Storie diverse che compongono uno stesso paesaggio. Ma a Lampedusa lo sport può almeno negli intenti, unire i fili scomposti del panorama che si presenta di fronte a chi l’abita o la attraversa.

È il caso di Lillo, uno dei volontari che, insieme a Mediterranean Hope e al Forum Lampedusa Solidale si occupa di portare una parola di vicinanza e accoglienza e distribuire generi alimentari ai profughi che sbarcano dalle motovedette della Guardia Costiera sul molo Favaloro. Lillo ha un sogno che aspetta di poter concretizzare. Si è anche portato avanti e conserva a casa sua le maglie di una squadra di calcio, perché il suo sogno è quello di riuscire ad organizzare una partita tra una squadra di Lampedusa e una di migranti presenti nell’hotspot dell’isola.

Questo reportage è a cura dell’Associazione Culturale Francesco Lo Bue/Radio Beckwith Evangelica .

Pubblicato a dicembre 2015.

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