Il duro lavoro della memoria

Lampedusa e il bisogno di non dimenticare

Le stagioni sono ammorbidite dalla posizione sul mappamondo e dal mare tutto intorno, ma minuto dopo minuto, i giorni passano a Lampedusa, anche se a volte sembrano tutti uguali. Così come, da lontano, attraverso un quotidiano o un telegiornale gli arrivi di migranti possono sembrare tutti la stessa cosa. Solo i numeri cambiano, ma per il resto il rischio è che diventino una ripetitiva e quotidiana routine. Come sempre, basta fermarsi un’istante, guardare meglio e scoprire, ancora una volta, di aver sbagliato tutto.


L’isola dopo il 3 ottobre

Gli arrivi non sono tutti uguali: approdano persone diverse, con storie diverse. Dolori diversi, paure diverse, obiettivi diversi. Forse la speranza è simile, come per chiunque: vivere e non sopravvivere. Spesso, nei viaggi attraverso il Mediterraneo, non si riesce neppure a sopravvivere. Nella storia degli arrivi a Lampedusa e delle traversate del mare i naufragi sono stati molti, spesso con decine e decine di morti. Il 3 ottobre del 2013 si è verificato un grande naufragio davanti alle coste di Lampedusa, con più di 360 morti e 155 superstiti, che ha smosso profondamente le coscienze degli abitanti dell’isola. Il primo naufragio per cui si è detto a livello internazionale «mai più», venendo presto smentiti.

Costantino è stato uno dei testimoni dei fatti di quel giorno.

Dall’anno successivo Mediterranean Hope insieme alla parrocchia e ad altre realtà dell’isola (e non), ha proposto, nella cornice del Santuario, una celebrazione interreligiosa per ricordare le vittime. L’isola, prima di altri luoghi vive le scelte politiche europee sulla propria pelle. La cerimonia, nel silenzio mediatico, vuole anche denunciare che le responsabilità ci sono, e sono in parte anche dovute al tipo di gestione dei flussi migratori, che la politica europea ha scelto negli ultimi anni.

La cerimonia del 3 ottobre non è solo un ricordo di chi è scomparso, ma anche monito costante rivolto all’oggi di quella tragedia, che continua a ripetersi sulle coste italiane, greche o libiche, così come mezzo del mare.

Giuseppa ha partecipato alle due commemorazioni, nel 2014 e nel 2015. Quest’anno ha contribuito anche, da lampedusana, ad organizzarlo.

Ricordare serve anche a raccontare l’attualità di Lampedusa. Mediterranean Hope riesce a farlo anche grazie ai disegni di Francesco Piobbichi. Illustrazioni che sono realizzate dalla sua mano, ma frutto di una concezione collettiva dell’osservatorio. Le emozioni che portano al tratto infatti sono comuni agli altri operatori e le immagini codificate sono il frutto di discussioni all’interno del gruppo.

I disegni riescono ad andare più a fondo della linea del visibile e a indagare il racconto che viene fatto della frontiera-Lampedusa che spesso viene saccheggiata dagli sguardi dei media tradizionali. Il rapporto tra la comunicazione e il territorio in cui essa si sviluppa, è infatti fondamentale, anche se talvolta viene data per scontata. Francesco, ad esempio, ha trovato il suo stile proprio con l’arrivo sull’isola e per lui la frontiera è un elemento mobile e il filo spinato una costante del panorama.


Gli oggetti raccontano storie

Tra le insenature del porto di Lampedusa c’è un portone composto da pezzi di legno differenti l’uno dall’altro e provenienti dalle navi che hanno portato le centinaia di migranti che sono approdati sull’isola nel 2011. Dopo l’arrivo, le navi sono state per lungo tempo accatastate e poi distrutte. Durante il lungo periodo di permanenza nei cimiteri delle barche, con un lavoro incessante il collettivo Askavusa si è occupato di raccogliere e salvare gli oggetti della memoria dei viaggi e parte del legno di cui erano composte le imbarcazioni. Un mosaico di storie, luoghi e viaggi che oltrepassando il portone, si apre al visitatore con il nome di Porto M.

Porto M non è un museo. Gli oggetti che sono raccolti non sono fermi, immobili nel tempo. Raccontano delle storie che parlano all’oggi.

Il significato profondo di un’opera di raccolta e conservazione di questo tipo è proprio il fatto di non volersi chiamare museo e voler consegnare a chi capita per l’isola, o a chi ci abita, oggetti che sono anche occasioni di confronto. Il libri, le audiocassette, le bottiglie d’acqua e i pacchi di pasta di marche sconosciute. E ancora le pentole e i trucchi per il viso, i salvagenti e strumenti improbabili come un’autoradio sono la parte più intima che si possa cogliere del viaggio che ogni possessore dell’oggetto ha effettuato con i suoi sogni e i suoi perché. Ma sono anche pezzi di memoria che si possono prendere in mano e guardare con i nostri occhi di non migranti. Che parlano a tutti, se si ascolta. In fondo, mettendoli in fila sulle assi scrostate che un tempo erano paratie di barche, il collettivo Askavusa non ha fatto altro che dare loro un’occasione per parlare.

Emme come Mediterraneo e memoria, o come mare e migrazioni, oppure come militarizzazione. Tutti temi di cui il collettivo discute e sui quali vuole costantemente coinvolgere l’isola.

Non perdere la memoria, dunque è fondamentale. Non solo quella delle stragi, delle vittime o delle tragedie. Ma anche di chi da Lampedusa è passato, con la sua biografia e i suoi progetti, e forse è stato trattato più volte come uno di questi oggetti: usato, ridotto a spazzatura e gettato via.


La memoria dei morti

La memoria dell’isola non si ferma solo al recupero delle storie di chi è di passaggio o di chi muore in mare. C’è un’attività più profonda e pesante che prova a dare un nome ai defunti sepolti sull’isola. Lasciando i morti senza nome siamo tentati di considerarli come numeri, come piccole parti di una tragedia più grande. Ma un nome racconta molto più delle lettere di cui è composto e si intreccia con la storia e la dignità di chi lo portava. Ritrovare le storie è fondamentale per i familiari delle vittime, per riconoscere l’importanza di una vita, ma non solo.

Negli anni passati è successo che qualcuno riuscisse a ritrovare un parente deceduto, magari riuscendo a portare con sé il corpo. Ma tra le decine di migranti morti sepolti nel cimitero di Lampedusa, solo due hanno un nome. Come Welela, ragazza eritrea ustionata da un’esplosione nel caseggiato dove era rinchiusa in Libia e fatta morire su un barcone agonizzante per le ustioni. Solo grazie alle ricerche del fratello, all’impegno di alcuni lampedusani, di Mediterranean Hope e della Guardia Costiera ha potuto ritrovare il proprio nome. Ricostruire le storie è una cosa che si può fare per i morti e per i sopravvissuti; ma anche per noi stessi, per affermare la nostra umanità.

Quanti sono i morti senza nome tra le stragi in mare? Forse un numero che eguaglia o supera quello dei vivi. Quando hanno la fortuna di essere ripescati, e di finire in un cimitero, continuano a restare senza nome. A volte nella terra, a volte dietro un muro di cemento, grigio, senza scritte. Altre volte con una data o un semplice numero. Altre ancora con qualche indicazione grossolana: “extracomunitaria 2008”, scritto con un dito, nel cemento fresco.

Questo reportage è a cura dell’Associazione Culturale Francesco Lo Bue/Radio Beckwith Evangelica .

Pubblicato a dicembre 2015.

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