Da lanterna ad antenna

L'isola alla ricerca della sua identità e il contributo di Mediterranean Hope

Descrivere Lampedusa con una sola parola è difficile. In questi anni di arrivi e sbarchi è stata definita ”isola dell’accoglienza”. Ma guardando il centro di prima accoglienza, che ospita i migranti nel primo periodo dopo la traversata del mare, chiuso dai recinti e dal filo spinato, può apparire anche come l’isola della segregazione. Per le strade non si vedono migranti, se ne sente parlare solo da chi ha a cuore la situazione. Abbiamo sentito descrivere Lampedusa in molti modi: un luogo turistico, militarizzato, solidale e ancora un luogo per il quale le decisioni sono prese sempre da un’altra parte. Lampedusa come confine dell’Occidente.

Un luogo prossimo all’Africa, ma anche all’Europa. Vicina a tutti e a volte lontana da tutto. Come quando c’è il mare grosso, e le navi con i rifornimenti di cibo o carburante non possono arrivare. Anche chi fugge dalla Libia non può raggiungere l’isola se le onde sono troppo alte. Ma che cosa Lampedusa sia oggi, si può capire soltanto nella complessità di quello che è stata. E per riuscire ad avere questo sguardo, il luogo più adatto da visitare è il Santuario della Madonna di Porto Salvo nel quale incontriamo Joseph, musicista tedesco che passa le sue vacanze sull’isola e ogni giorno viene in quel luogo per provare.


Lampedusa da lanterna all’antenna

Già in passato, la navigazione nel Mediterraneo non era facile, in balìa dei venti e delle onde. L’isola, uno scoglio in mezzo al mare, permetteva di avere un punto di riferimento, un’approdo sicuro sul quale venivano accesi dei fuochi di segnalazione per orientare le navi. Chi approdava riuscendo a salvarsi caricava di significato religioso gli scogli e le grotte naturali di Lampedusa, e lasciava qualcosa in segno di ringraziamento, chi naufragava invece, trovava qualcosa per essere accolto.

Alcuni filosofi direbbero che ognuno di noi esiste solo se è percepito dagli altri, dall’esterno. Uno sguardo alla storia di Lampedusa forse può permetterci di dire che l’isola esiste solo se è immaginata da fuori, solo se qualcuno pensa e realizza progetti e obiettivi su questo spazio di 20 km quadri, pieno di contraddizioni ma così prezioso per molti.

Insomma, l’isola è stata da sempre un luogo definito e sfruttato dall’esterno. E in qualche modo continua ad esserlo ancora oggi: dal punto di vista mediatico, utilizzata come bandiera per attirare consensi o stigmatizzare processi storici come i flussi migratori; dal punto di vista della politica europea, come laboratorio delle nuove strategie.

Ma il santuario non basta per capire Lampedusa oggi. Dobbiamo uscire, e fare un giro sulle sue coste. Da nord a sud, da est a ovest qualcosa caratterizza il panorama: le antenne. Antenne del telefono, dell’aeroporto e apparecchiature radar. Da quando è nato il collettivo Askavusa riflette sulla militarizzazione dell’area e sull’inquinamento elettromagnetico. Militarizzazione che ha un effetto economico sul’isola.

Stare sull’isola più del breve tempo di un viaggio turistico o di un servizio giornalistico, permette di scorgere particolari che altrimenti non potresti conoscere. Cambia la prospettiva sulle cose e rinnova il significato della parola comunità, specialmente nelle difficoltà.

 

Il percorso delle riflessioni di Mediterranean Hope con Lampedusa si intreccia con il lavoro del Forum Lampedusa Solidale, un gruppo autogestito di persone con visioni e storie diverse, che si ritrova per dialogare e condividere riflessioni sull’identità, sulle anime e sul futuro di questo luogo. Un gruppo informale e aperto che si riunisce grazie al passaparola e che riesce a progettare azioni concrete.

Cosa sia davvero Lampedusa oggi, lo possiamo dire solo continuando il percorso, pieno di strade e interrogativi.

Questo reportage è a cura dell’Associazione Culturale Francesco Lo Bue/Radio Beckwith Evangelica .

Pubblicato a dicembre 2015.

Tutti i materiali prodotti sono di proprietà dell’Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese.