Lavoro per gli adulti, scuola per i bambini

Un progetto contro lo sfruttamento minorile in Benin

Sul bordo della strada una madre seduta con il bimbo sulle ginocchia aspetta un trasporto. La via è polverosa, i taxi funzionano in modo diverso rispetto a come siamo abituati in Europa. Si possono chiamare con un gesto o con le labbra protese come per dare un bacio. Quando arrivano bisogna contrattare per il prezzo. Una volta saliti occorre riempire la macchina perché non si viaggia con una sola persona a bordo: i taxi, come i pulmini o le moto, proseguono a riempimento.

Per risparmiare sulla benzina è possibile comprare quella importata dal confine con la Nigeria. Qui, nelle province orientali, la frontiera è a portata di mano e schiere di motociclette ricolme di taniche vuote viaggiano speranzose verso il paese più popoloso dell’Africa, dove si può trovare carburante più economico da rivendere al migliore offerente.

Siamo nel dipartimento del Plateau, nella parte orientale del Benin, Africa Occidentale.

Il caldo umido ti sorprende al mattino e ti accompagna fino a sera. Non ti entra dentro ma si incolla con violenza alla pelle, tanto da togliere il fiato. Si incolla e non si stacca più.

Posate il macete

Simon è un uomo deciso, sa parlare con le persone, è intraprendente e carismatico.

Un giorno decide di comprare un campo tra Pobè e Adja-Ouèrè. Chilometri di automobile da Cotonou, capitale economica del Paese; caldo e umidità. Arriva nel punto designato, guarda l’appezzamento, ci fa un giro. La vegetazione è fatta di erba a steli lunghi fino a un metro e mezzo, mais, alberi, palme basse, terra brulla, piante verdi che raccontano di tuberi sottostanti, perché c’è sempre più di ciò che si vede. Simon si guarda intorno: sarà un bell’acquisto. Verso di lui, all’improvviso, vede arrivare un ragazzo. Poi sono sei, poi dieci, poi cento. In tutto circa duecento bambini e ragazzi che si raggruppano intorno a Simon e ai suoi accompagnatori. Li guardano in silenzio, macete e falcetti alla mano.

Simon suda freddo e non sa cosa accade.

Poi capisce.

«Posate i macete, non siamo qui per fare la guerra».

In Benin negli anni 2000 non c’erano guerre, scontri violenti o sommosse. I macete erano semplici strumenti che i ragazzi utilizzavano per lavorare in agricoltura. Quei bambini, però, avrebbero dovuto essere a scuola, e non a lavorare nei campi. Con questa consapevolezza nasce l’associazione Nouvel Elan e Simon Sèkpo Vianou è il suo ideatore.

Un nuovo slancio

Nouvel Elan è un Ong nata in seno alla Chiesa protestante metodista del Benin, nella comunità locale di Calavi con l’idea di trasformare in azioni concrete lo slancio evangelizzatore della comunità. Ed è così che ha cominciato a lavorare con gli strati più vulnerabili della società i bambini indifesi, gli orfani e i diseredati. L’obiettivo è contribuire a sradicare la povertà, a fare in modo che il lavoro minorile, la tratta dei bambini e la povertà femminile diminuiscano.

Grazie al finanziamento dell’Otto per mille Valdese, Nouvel Elan fa prevenzione e lotta contro il lavoro e la tratta di bambini, organizza attività comunitarie, e realizza progetti di autonomia per le donne.

Senza scuola

Come in molti altri stati africani, l’abbandono scolastico è un grave problema anche in Benin e riguarda quasi tutte le età scolari, tra i 3 e i 17 anni. Spesso i bambini che abbandonano la scuola lo fanno per la povertà delle famiglie di provenienza, e vengono impiegati in diversi lavori, anche molto faticosi.

Il nodo del problema, infatti, resta la povertà. Nel paese vivono circa 9 milioni di abitanti su una superficie di 112 600 kmq; l’economia è basata essenzialmente sull’agricoltura. Appena si esce da Cotonou, capitale economica e città più popolosa del Benin, si ha l’evidenza di questa povertà: «La maggior parte delle persone qui, non hanno neanche 150 franchi (circa 20 eurocent) al giorno per vivere» dice Simon.

Le scuole sono spesso a diversi chilometri dalle case dei bambini, cosa che può scoraggiare molti. In più, se le famiglie sono povere, difficilmente daranno qualcosa da mangiare a scuola al proprio figlio: i genitori preferiscono che restino a casa, dove è più facile sfamare i bambini e magari farsi aiutare da loro nel lavoro.

Non è facile convincere i genitori dell’importanza della scuola, soprattutto quando i figli sono una risorsa economica. Simon e la sua squadra impegnano la maggior parte delle loro forze a convincere gli adulti che lo sviluppo del bambino coincide con lo sviluppo dell’intera comunità, e lo fanno bussando di porta in porta, con campagne di sensibilizzazione nei media locali, alla radio, per esempio coinvolgendo i bambini stessi per dare la loro testimonianza, oppure con proiezioni di film. Ma la sensibilizzazione non sempre è sufficiente.

Nouvel Elan fin dall’inizio della sua attività, ha capito che per togliere i bambini dal lavoro occorreva intervenire su entrambi i fronti: un incentivo ai bambini e una valida sostituzione del loro lavoro per le famiglie. All’inizio i genitori non ci credono, ma dopo i primi mesi e dopo aver visto i primi risultati, capiscono.

Le reti comunitarie

Dopo aver individuato i bambini più vulnerabili di un contesto, Nouvel Elan mette in piedi la struttura che permetterà di mantenere il lavoro anche dopo la fine dei singoli progetti e, soprattutto, garantire continuità nei percorsi dei bambini: la rete comunitaria.

L’immagine della rete rende bene l’idea della sua funzione: da un lato mettere in collegamento tutti gli attori principali della comunità che possono contribuire allo sviluppo dei bambini, dall’altra essere un margine di sicurezza quando le situazioni diventano più difficili da portare avanti. Il réseau è composto da insegnanti, dai presidi, dai rappresentanti delle confessioni religiose, i sindaci, i rappresentati della promozione sociale, i rappresentanti delle donne, degli uomini e così via. In questa sede l’associazione propone i nomi dei bambini da aiutare e ne discute con gli altri rappresentanti, «poi ci si divide e si passa di casa in casa – dice Simon – spesso la lista è 3 o 4 volte superiore al numero di bambini che possiamo prendere. Si guarda caso per caso per vedere chi è davvero vulnerabile per poi entrare nel vivo dell’attività».

L'attività

L’associazione segue i bambini presi in carico permettendo loro di partecipare correttamente alle lezioni, garantendo almeno un pasto durante la giornata, comprando loro le uniformi e controllando che il percorso sia continuativo durante l’anno. Un gruppo di animatori lavora in tutto il paese nelle diverse comunità in cui opera Nouvel Elan in modo da avere un contatto diretto con i bambini, le istituzioni e le famiglie.

Ma non c’è solo questo. Il lavoro è fondamentale, e in Benin dai 14 anni è possibile imparare un mestiere, oltre che frequentare dei corsi di avviamento al lavoro o scuole tecniche professionali. Per questa fascia d’età, l’obiettivo dell’Ong è il reinserimento socioprofessionale di ragazzi che avevano abbandonato la scuola.

Ognuno di loro sceglie il mestiere che vuole imparare, si preparano per due anni e poi fanno l’esame per il CQM (certificato qualificazione mestieri). Quando sono ammessi si rilascia un attestato per confermare le loro capacità. Con questo potrebbero aprire un atelier loro stessi.

Grazie a una parte del progetto Otto per Mille, alcuni di loro sono anche stati sistemati in spazi appositi e attrezzati con strumenti di lavoro permettendo loro di esercitare in autonomia.

Dal punto di vista della formazione, Nouvel Elan dà l’occasione ai ragazzi di fare un apprendistato in diversi atelier del paese: parrucchieri, ricamatori, sarti, fabbri che insegnano il mestiere ai ragazzi in modo che in un secondo momento possano svolgerlo senza l’aiuto di nessuno. «Alcuni di loro hanno degli apprendisti a loro volta» dice soddisfatto Simon.


Il lavoro dei bambini

I bambini devono lavorare, ma sui banchi di scuola

L’altra faccia della medaglia dell’abbandono scolastico è lo sfruttamento di bambini e bambine in lavori manuali spesso duri e degradanti. Nouvel Elan, per esempio, opera con bambini che lavorano nei campi, nella pesca, nelle miniere di sabbia e nelle miniere di ghiaia.

In tutti i casi, oltre a strappare i bambini al lavoro e restituirli ai banchi di scuola, l’Ong mette in pratica delle attività sostitutive in modo che gli adulti possano non avvalersi più del lavoro dei più piccoli, per esempio dei piccoli allevamenti di conigli, orti o allevamenti di pesci.

Terra

Il lavoro nei campi, per esempio, ha coinvolto l’associazione in due comuni del Plateau, Pobè e Adja-Ouèrè. Qui l’agricoltura è il centro dell’attività produttiva e i bambini che lavorano nei campi sono migliaia.

La cosa più complicata è la gestione delle distanze da percorrere da un villaggio all’altro, fino a 20 km per lavorare con i bambini, in mezzo ai quali gli animatori praticamente vivono, condividendo gioie e difficoltà di quei luoghi. I mezzi sono pochi e per spostarsi c’è bisogno di motociclette; nel periodo delle piogge le strade sono interrotte e muoversi è disastroso. Ma anche in quel caso non ci si arrende: quando un bambino non è a scuola bisogna andarlo a cercare a casa, capire qual è il problema ed eventualmente portarlo in classe.


Acqua

Una laguna profonda fino a 10 metri. Un bambino che si immerge per andare a raccogliere della sabbia da portare in superficie, da rovesciare su una barca. Sabbia da costruzione.

Questo è il contesto lavorativo che tocca ai bambini nel comune lacustre di Aguégués. La sabbia è fine, ma pesa molto. Il lavoro è faticoso, mal pagato e rischioso. Per i più fortunati, invece, il destino è pescare il pesce. Pescare e vendere, per la strada, agli avventori.


Pietra

Nel comune collinare di Dassa-Zoumè i bambini spaccano le pietre. Il lavoro è pericoloso, c’è il rischio di schiacciarsi le dita. Con le dita rotte i bambini non potranno più lavorare per le loro famiglie né tantomeno potranno andare a scuola: «tenere la matita non è così rischioso» scherza Simon. I rischi non sono solo fisici, ma anche sanitari: malattie agli occhi o ai polmoni, per via della polvere che sale dai ciottoli spaccati e, se va male, il morso di un serpente che riposa tra le rocce. Le pietre servono soprattutto per costruire le strade. Non ci sono dei macchinari e il lavoro dei bambini è necessario. «Con tutte quelle colline non finiranno mai di battere».


Sostegno agli adulti

Se si tolgono i bambini dal lavoro, può accadere che qualcuno storca il naso, perché rappresenta una perdita economica per la famiglia. Ma l’istruzione dei più piccoli è più importante, ecco perché Nouvel Elan fa in modo che si avviino delle attività in grado di sostenere i diversi contesti con nuove entrate. Per esempio con la costruzione di un allevamento di conigli, come a Dassa-Zoumè, o di un bacino per la pescicoltura, come a Aguégués, o ancora di un orto, come a Sèmè. Tutte queste attività generatrici di reddito possono essere svolte anche dai bambini ma questa volta con fini didattici. Il lavoro dei più piccoli continua dunque a restare quello della scuola. Grazie a queste attenzioni le attività tendono più facilmente ad essere sostenibili anche a lungo termine.

Come si è detto all’inizio, l’associazione si occupa anche dell’autonomia delle donne, in Benin considerate spesso soggetti vulnerabili. In questo modo è più facile avere dei nuclei familiari maggiormente solidi e indipendenti. Dando un nuovo ruolo alle donne si contribuisce a cambiare la dinamica familiare, anche perché comunemente le donne portano al lavoro i loro bambini, per aumentare la produzione, ipotecandone il futuro. Quando Nouvel Elan recupera dei bambini e li riporta nel percorso scolastico, definisce con quelle donne delle attività generatrici di reddito che loro stesse scelgono. Con il finanziamento dell’Otto per mille le attività vengono potenziate in modo che possano fare a meno dei bambini e lavorare autonomamente. Esempio peculiare è una piccola azienda di donne, che produce farina di manioca, il Gari, alimento ad alto valore nutrizionale e utilizzabile in moltissimi modi diversi.

Nei villaggi le persone sanno lavorare, ma sono obbligate a consumare ciò che producono o a venderlo a prezzi bassissimi perché non ci sono mezzi per trasformare le materie prime o per esportarle.

Ma il Benin ha delle grandi potenzialità: la Nigeria, vicino potente, potrebbe per esempio essere una destinazione interessante per delle esportazioni. Si potrebbero mettere in piedi delle aziende di trasformazione e di esportazione dei prodotti, per dare gambe a un microsviluppo delle zone rurali.

Un orizzonte possibile, su cui Nouvel Elan continua a lavorare, insieme all’Otto per mille, ai genitori e ai bambini, di nuovo sui banchi di scuola.

Summary
Lavoro per gli adulti, scuola per i bambini
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Lavoro per gli adulti, scuola per i bambini
Il racconto di come sono spesi i soldi degli italiani.
Un progetto contro lo sfruttamento minorile in Benin
Author
Otto per mille Valdese
Otto per mille valdese
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Questo reportage è a cura dell’Associazione Culturale Francesco Lo Bue/Radio Beckwith Evangelica
ed è stato realizzato da Matteo De Fazio.

Pubblicato a dicembre 2016.

Tutti i materiali prodotti sono di proprietà dell’Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese.