Di madre in figlio

Una vita senza HiV per i figli delle donne sieropositive a Dschang, in Cameroun

I panorami del Camerun cambiano spesso quando ci si sposta: dal finestrino dell’auto si alternano case, baracche, mercati, piantagioni di banane e ananas possedute da grandi multinazionali; oppure mare, colline e ripide montagne. Lasciando Douala alle spalle e tenendo l’oceano alla propria sinistra, si imbocca una delle due strade, malconce e polverose, da cui è possibile raggiungere la regione dell’Ovest. La meta è la cittadina di Dschang, villaggio rurale di 76 mila abitanti. In questa zona dell’Africa, quando parliamo di zona rurale, non dobbiamo pensare alla capanna di terra con il tetto di paglia, comune nell’immaginario occidentale. O meglio, non solo a questo. Si tratta invece di un miscuglio di identità differenti, di cemento e di fango, di arbusti e di lamiera, di asfalto e di polvere, di realtà arretrate e di idee all’avanguardia: difficile da etichettare. Sicuramente è una situazione diversa dalla città, con meno servizi, e possibilità, una povertà più diffusa in cui il lavoro con le parti vulnerabili della popolazione è più difficile. Ma nel contempo, in questa zona rurale si trova anche un’università una delle università più grandi del paese, con più di 20 mila studenti e più di 400 tra professori e ricercatori.

In questo contesto si è sviluppata la onlus Pipad (Progetto integrato per la promozione all’auto-sviluppo) che ha fatto del contesto rurale e della presenza universitaria di Dschang i suoi punti di forza. Il dottor Martin Sanou Sobze è il perno di questa storia.

Martin ha studiato medicina in Camerun e si è specializzato in Italia, dapprima in malattie infettive e tropicali e poi in sanità pubblica. Nel 2002, quando è nato Pipad «eravamo giovani medici rivoluzionari» dice Sobze, che grazie a raccolte di fondi e un intramontabile entusiasmo è riuscito a dare il via ai lavori dell’associazione. Ma durante tutti i 18 anni in Italia, l’obiettivo principale è sempre stato tornare in Camerun per mettere in pratica il proprio sogno: strappare i bambini dalla morsa della povertà e delle malattie. «Non dobbiamo lasciar morire neanche un bambino, nemmeno se è nel deserto» dice Sobze, perché nelle nuove generazioni c’è il futuro e le potenzialità dell’umanità: «Se non si fosse salvato il padre di Obama (nato nel villaggio di Kanyadhiang in Kenia) – scherza il dottore – ora il figlio non sarebbe presidente degli Stati Uniti». Scherza, ma ha reso bene l’idea.

I programmi del Pipad si sviluppano a partire dalla sicurezza alimentare e l’educazione sanitaria, lavorando soprattutto con le donne: argomenti attraverso i quali è più semplice poter parlare di temi sensibili come la prevenzione all’Hiv. Le attività vanno dalla prevenzione primaria delle malattie, alla cura dei bambini soli, dall’educazione dei genitori ai processi per non trasmettere l’Aids ai nascituri, alla creazione di legami con la comunità.

Un circolo virtuoso che passa dal benessere della famiglia all’economia e viceversa, che dimostra come l’impatto della prevenzione sanitaria sulla società sia molto forte.

Parlando con Martin non può non venire alla mente una parola: contaminazione. Ogni campo d’azione ne condiziona e coinvolge altri, creando dei miscugli perfetti. Non esistono campi puri nella cooperazione, secondo il dottore. Solo integrando le diverse parti del progetto si può realizzare la visione di Pipad. Ma che cos’è la visione? «Un sogno condiviso – dice Martin – che diventa un ambizione poi una realizzazione, e alla fine un’azione». La visione del Pipad è avere un sistema integrato dei fattori di sviluppo che parta dai camerunesi stessi: «l’assistenzialismo è la malattia dello sviluppo».

In Camerun la presenza del Aids coinvolge il 4,3% della popolazione, secondo l’inchiesta sanitaria del paese del 2011. Nella regione dell’Ovest il tasso di persone affette dal virus è del 2,8 %, ma a Dschang la presenza del virus Hiv tra le donne incinte è del 9,8%. «Soprattutto è un problema di educazione di base» dice Bruna Djeunang, responsabile dei progetti sanitari del Pipad.

Pipad ha messo in piedi il progetto di sensibilizzazione nelle scuole secondarie per educare i giovani, ragazzi e ragazze, ad una sessualità responsabile e diminuire la trasmissione del virus.

Inoltre l’organizzazione rafforza l’educazione attraverso la radio comunitaria del Pipad, Radio Nkwalah, dove attraverso trasmissioni pensate per i giovani si comunica l’importanza di una sessualità sana e responsabile, si incoraggia la popolazione a ritardare il più possibile il primo rapporto sessuale, e a essere fedeli all’interno della coppia.


Il mio bambino

Pipad opera in diversi stati africani (Benin, Nigeria, Niger, Ciad) e a Dschang applica la prevenzione della trasmissione del virus dell’Hiv da madre a figlio per le donne in gravidanza con il progetto Mingha, che in lingua locale significa appunto “il mio bambino”. In particolare Mingha è un programma di prevenzione che si prende cura delle donne, della loro salute e di quella dei loro figli una volta nati. Distribuisce pacchi alimentari alle madri per garantire un nutrimento adeguato ai bambini nei primi mesi di vita e lotta contro la discriminazione dei malati di Aids. Ma non solo: le donne delle zone rurali vengono incoraggiate a mettere in pratica attività generatrici di reddito, viene data loro una formazione agricola e di economia domestica. I bambini vengono pesati a intervalli regolari per controllarne lo sviluppo e alle madri viene consegnato un pacco contenente alimenti e sementi per avere un margine di autonomia più lungo rispetto ad altri aiuti una tantum. Nel centro è presente anche una “unità di trasformazione”, pensata per lavorare i prodotti dell’agricoltura che le donne producono, in modo da garantirne una più duratura conservazione.

«Vogliamo concretizzare uno sviluppo che duri nel tempo – dice la dottoressa Djeunang – se lavoriamo con delle donne non diamo loro solo gli aiuti pratici, ma le educhiamo a sostenersi da sole a seconda dei propri interessi».

Mingha opera a Dschang da più di 14 anni, ha salvato più di 550 bambini dal contagio e da quattro anni nemmeno una madre ha trasmesso il virus al proprio figlio durante la gravidanza. Non è semplice vivere con il virus a Dschang e non solo per gli aspetti sanitari: la discriminazione è forte e molte donne entrano nel centro di Mingha dalla porta posteriore, per non essere viste. Anche per questo le madri sono accompagnate nel percorso da un’operatrice psicosociale, che opera individualmente e in gruppo.

Mingha lavora essenzialmente con le madri, ma il lavoro psicosociale è anche di coppia: spesso i padri non accettano la malattia o sono i primi a stigmatizzare la donna. L’operatrice porta dunque avanti percorsi di counselling familiare, approfondendo temi sensibili e contribuendo a diminuire la stigmatizzazione di chi è affetto dal virus dell”Hiv. Al centro sanitario di Mingha, a Dschang si presentano 3 o 4 nuove donne ogni settimana.

Per realizzare queste attività, il progetto ha ricevuto un finanziamento dall’Otto per mille valdese di 28.000 € nel 2010, di 21.800 € nel 2013 e di 51.000 € nel 2014. Oltre a questo sostegno e quello di altri partner internazionali, fin dal principio ha l’appoggio dell’autorità locale di Dschang, il re superiore del popolo Foto, sua maestà Momo Soffack I Guy Bertrang. La prima idea del progetto Pipad è stata sostenuta dal padre, nel regno precedente.

Questo reportage è a cura dell’Associazione Culturale Francesco Lo Bue/Radio Beckwith Evangelica .

Pubblicato a agosto 2016.

Tutti i materiali prodotti sono di proprietà dell’Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese.