Libano

Tra città e campi, in difesa dei diritti

Usciamo da Damasco, e dirigiamoci ad ovest per 20km, cioè quanto ci separa dalla frontiera più vicina, quella con il piccolo, multiculturale e multiconfessionale Libano. Stiamo parlando di un paese di circa quattro milioni di abitanti che, a poco più di tre anni dall’inizio delle ostilità in Siria, ha visto l’arrivo di circa un milione di rifugiati siriani, pari quindi ad un quinto della popolazione totale. Questo, almeno, per quanto riguarda i dati ufficiali forniti dall’UNHCR. Secondo le autorità locali, invece, questo numero è nettamente superiore, perché non vanno dimenticate situazioni in cui, per motivi personali, sociali e politici, la presenza è molto più massiccia ma non ufficialmente registrata.

In particolare, il governatorato del Nord del Libano, che ha i suoi punti di riferimento nella municipalità di Bcharreh e nella Federazione delle Municipalità di Zgharta, ospita una delle più grandi concentrazioni di rifugiati siriani nel paese: si stima che oltre 250.000 uomini, donne, ragazzi e ragazze, siano registrati o in corso di registrazione presso l’UNHCR. Un dato che, a fronte di una popolazione totale di circa 877.000 persone, equivale a poco meno del 30% della popolazione totale del Governatorato.

Una donna siriana sulle rovine della propria casa. Foto: Oxfam Italia

Sempre secondo i dati forniti dall’UNHCR, vi sono oltre 190.000 persone che hanno esigenze specifiche, e tra queste non vanno dimenticate vittime tipiche dei conflitti, come le persone con disabilità, gli anziani, i bambini a rischio, oppure persone con gravi condizioni di salute e le vittime di violenza sessuale e di genere. Visto che la popolazione di rifugiati è dispersa in tutto il paese, e che solo il 9% risiede nei campi profughi, queste famiglie non conoscono i loro diritti e non sono a conoscenza delle strutture e dei servizi dei quali potrebbero usufruire.

Ecco, i campi profughi libanesi sono un aspetto molto delicato della gestione dell’emergenza siriana: pur avendo accolto, ad oggi, circa 700.000 famiglie rifugiate e pur essendo l’unico paese a non aver ancora chiuso i confini ai profughi, in Libano non esistono campi profughi formalmente istituiti. In seguito all’esperienza vissuta dal paese con i rifugiati palestinesi, la politica governativa è stata quanto mai cauta al riguardo, tentando di evitare qualunque forma di stanzialità dei profughi. Questa decisione, ha portato alla creazione di innumerevoli accampamenti informali, costituiti soprattutto da tende e da stanze o abitazioni occupate, molto spesso condivise da numerose famiglie contemporaneamente.

Foto: Oxfam

Nelle città, in difesa dei diritti

|35.89584450000007,34.3963159§Zgharta|36.01173219999998,34.2506516§Bcharre

Torniamo nel Governatorato del Nord, dove Oxfam Italia ha deciso di lavorare partendo da un’analisi delle difficoltà e dei bisogni dei rifugiati che vivono al di fuori dei campi formali e informali nei distretti di Zgharta e Bcharreh.
Questo studio preliminare, realizzato già nel 2012, aveva permesso a Oxfam Italia di individuare tre principali difficoltà:

  • l’accesso ai servizi di base ed ai diritti di protezione, garantiti da UNHCR ma poco noti ai rifugiati;
  • l’accesso al reddito e ai beni di prima necessità in una realtà che, in una situazione di emergenza, ha visto triplicare gli affitti nelle città (da una media di 100 ad una di 280 euro al mese);
  • gli equilibri con le comunità ospitanti libanesi per rispondere ai fenomeni di tensione sempre più frequenti dovuti all’afflusso di rifugiati.

Sulla base di quest’analisi, Oxfam ha deciso di concentrarsi su attività suddivise secondo tre componenti principali.

Distribuzione di vouchers per cibo e coperte. Foto: Oxfam Italia

Il primo e più urgente ambito d’intervento riguarda la necessità di alleviare le situazioni di emergenza quotidiana, ovvero permettere ai profughi di poter soddisfare alcuni bisogni primari senza cui non ci potrebbe essere vita. Si tratta degli aiuti di emergenza, sotto forma di grants e vouchers, cioè – letteralmente – “finanziamenti” e “buoni”.

Questi interventi prevedono la distribuzione di piccole somme utili per poter pagare un affitto o poter effettuare acquisti nel mercato locale (principalmente vestiti). Questo, oltre a sostenere la microeconomia locale, permette di evitare la degenerazione di situazioni ai limiti e – quindi – di mantenere un livello accettabile di dignità nella vita dei profughi. La necessità di operare una scelta tra chi ha diritto e chi no ad ottenere le prestazioni è un ambito particolarmente delicato, perché affonda direttamente nella vita di persone che vivono un’esperienza estrema. Si tratta quindi di stabilire dei “criteri di vulnerabilità” per poter classificare le differenti situazioni e Oxfam ha deciso di basarsi sul VASyR (Vulnerability Assessment per i rifugiati siriani) attualmente condotto da WFP, UNHCR e UNICEF.

Il secondo livello di intervento riguarda la protezione dei profughi e l’opera di riduzione delle tensioni tra comunità ospitante e rifugiati. Un’attività complessa, condotta a livello locale e che si svolge innanzitutto tramite la costituzione di comitati di base in grado di fornire informazioni relative alla registrazione, ai diritti dei rifugiati, all’accesso all’assistenza medica, all’istruzione per i bambini, alla consulenza legale. D’altro canto, l’azione dei comitati di base è improntata alla riduzione delle tensioni con la comunità ospitante. Si può solo infatti tentare di immaginare cosa voglia dire in un paese come il Libano – recentemente uscito da una guerra civile – l’arrivo di un flusso di popolazione così massiccio e quali tensioni e problemi comporti a livello locale la gestione di questa emergenza. In primo luogo, una competizione diretta per le risorse (che diventano minori e più care) e poi l’aumento dei rischi per la salute pubblica dovuti alla convivenza di molte più persone in situazioni complesse.

Il terzo livello d’intervento è quello che guarda al domani, offrendo la possibilità di un inserimento lavorativo: il cosiddetto cash for work. Attraverso questo progetto d’integrazione, e sempre tramite il lavoro di comitati e la loro connessione con la municipalità, viene costruito un processo partecipativo in grado di stabilire quali siano i lavori ritenuti socialmente utili che possano essere affidati ai rifugiati e ai libanesi poveri. Si tratta principalmente di piccoli servizi per una finalità collettiva, e secondo Oxfam Italia, questa attività ha la ricaduta positiva di “smontare” i pregiudizi che nascono tra chi abita in un luogo che improvvisamente si popola di persone con una matrice religiosa e culturale diversa.

Si tratta quindi di ripensare il concetto stesso di confine promuovendo il suo superamento nell’esperienza quotidiana: anche questo è cercare di ricreare uno spazio di normalità.

Due volte profughi

Arrivare in Libano significa anche scoprire una dimensione nuova dell’essere profughi: tra le persone maggiormente colpite dal conflitto siriano bisogna sempre ricordare l’oltre mezzo milione di rifugiati palestinesi, che, dopo aver vissuto per decenni nei campi in Siria, soprattutto nei pressi di Damasco, hanno deciso di abbandonare il nuovo orrore che li circondava e cercare riparo in Libano, riavvicinandosi anche alla propria terra d’origine.

Cosa significa essere “due volte profughi”? Ce lo racconta Khalid Grein, Desk Officer per i progetti in Pakistan e Siria per conto di HEKS/EPER, (Hilfswerk der Evangelischen Kirchen Schweiz / Entraide Protestante), l’agenzia per gli aiuti umanitari in seno alla Federazione delle chiese protestanti della Svizzera.

Esiste un’agenzia ONU che si occupa nello specifico dei profughi palestinesi, la UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente); un’agenzia cronicamente debole da un punto di vista economico, tanto da non essere riuscita ad impedire che i profughi siriani–palestinesi si aggregassero intorno ai 12 campi palestinesi già esistenti in Libano e creassero nuove realtà informali, con il dramma umanitario che ne consegue. L’urgenza di avere un tetto sopra la testa e quantità dignitose di cibo sono sfide non ancora vinte, ma anzi, con il perdurare dell’emergenza in Siria si amplificano anche in Libano.
A questo si aggiunge un carattere tipico degli accampamenti informali, ovvero la mancanza dei più basilari servizi igienici ed educativi.

|35.50405649999993,33.8666455§Campo profughi di Shatila

Per conoscere fino in fondo questa situazione di tremendo disagio dobbiamo spostarci verso sud per circa 100km, e raggiungere Shatila, un campo nella parte sud di Beirut. Qui sono arrivate oltre 2000 famiglie di profughi palestinesi fuggite dal conflitto siriano (pari a circa 5000 persone), o meglio, queste sono le cifre dei profughi registrati, ma le stime sono nettamente superiori. A questo va aggiunto che il campo di Shatila era già in origine un luogo estremamente sovrappopolato, con oltre 16.000 persone che vivevano in poco più di un kilometro quadrato. L’arrivo dei rifugiati dalla Siria ha fatto esplodere nuovamente una situazione da sempre al limite del sopportabile, portando ogni nucleo famigliare a dover condividere il proprio spazio di vita con almeno altre 2 o 3 famiglie.

In questo luogo ai margini della considerazione umana, il peggio arriva con l’inverno, quando il freddo si fa sentire e l’accesso ai servizi minimi essenziali diventa ancora più urgente. Molto spesso gli adulti decidono di ridurre il numero o la qualità dei propri pasti per poter nutrire i bambini, oppure decidono di tentare una delle strade più disperate: quella dell’accesso al credito informale, prestiti che arrivano da amici, famiglie e conoscenti e che alimentano un meccanismo di usura che permette certamente di nutrirsi e vestirsi, ma che, settimana dopo settimana, distrugge un ulteriore pezzo di futuro.

Uno sguardo sui tetti del campo di Shatila

Cosa fare? Questo si è chiesto HEKS/EPER, quando ha deciso di sviluppare, insieme al suo partner locale Najdeh, un progetto–pilota di 6 mesi per provare a sbloccare la situazione.

La scelta è stata quella di lavorare proprio a Shatila, dove la disperazione raggiunge punti superiori all’immaginabile; e di lavorare sull’accesso alle risorse di base (beni alimentari e non alimentari) e sull’assistenza nell’ambito della “winterization”, cioè l’insieme di prodotti e servizi fondamentali per fronteggiare il freddo dell’inverno.

Najdeh, il partner locale di HEKS/EPER, gioca un ruolo fondamentale, garantendo referenze, contatti e addirittura con un “libro dei reclami” per fare in modo che il servizio venga migliorato dai beneficiari stessi.
Inoltre, proprio Najdeh conduce frequentemente delle discussioni con gruppi di beneficiari, per garantire il monitoraggio della distribuzione e di ciò che avviene dopo la distribuzione stessa, coinvolgendo almeno il 10% dei beneficiari totali e verificando con loro il livello di soddisfazione o le problematiche principali.

Dare voce a coloro che voce non hanno potrebbe sembrare marginale di fronte all’emergenza pratica, ma proprio questo meccanismo emergenziale da solo rischia di non bastare: rendere protagonisti i beneficiari, fornire loro margini di espressione e provare, con ogni mezzo, a dare speranza a chi rischia di perderla per la seconda volta.

Questo reportage è a cura dell’Associazione Culturale Francesco Lo Bue/Radio Beckwith Evangelica .

Pubblicato a aprile 2014.

Tutti i materiali prodotti sono di proprietà dell’Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese.