Giordania

Spazi di normalità nella fuga dal conflitto
|35.851478576660156,32.555205516313265§Irbid|36.01485729217529,32.558931175600925§Ramtha|35.76028347015381,31.170105907260123§Karak|35.84684371948242,31.987112306515524§Khaldiya

Lasciando Beirut, e spostandoci sempre più a sud, oltre le contese alture del Golan, terreno di scontro tra Siria ed Israele, incontriamo la Giordania, una monarchia guidata da una famiglia hascemita, coinvolta profondamente nelle vicende politiche della regione. I freddi numeri ci raccontano di una situazione disperata anche in questo paese, schiacciato tra Israele ad ovest, Siria a nord e Iraq a est. Qui la presenza di rifugiati siriani, o di rifugiati palestinesi provenienti dalla Siria, è di circa un milione di persone su una popolazione totale di 6 milioni. Tuttavia, la Giordania ha attivato negli anni un sistema di campi profughi fortemente strutturato, e che ha un omologo, in termini di dimensioni, soltanto nel vicino Iraq. Ma le somiglianze si fermano qui: a differenza dell’Iraq, in Giordania i campi sono chiusi, e sin dalla loro origine la gestione di queste strutture è sempre stata affidata ad enti legati al radicalismo islamico.

Deir Alla, Giornata di animazione per oltre 100 bambini giordani e siriani

Questa unione tra due repressioni, una spaziale ed una ideologica, porta i campi ad essere facilmente focolai di tensioni che li rendono luoghi impraticabili per moltissimi rifugiati.
Proprio queste logiche conducono al fatto che in realtà circa l’80% della popolazione di rifugiati non si sia rivolta al sistema dei campi per trovare protezione, ma abbia scelto di vivere nelle città, proprio come avviene nel nord del Libano e come ci racconta Domenico Chirico, direttore di Un Ponte Per….

Zarqa, centro di assistenza umanitaria per i rifugiati

Il fatto che i profughi non si rivolgano ai circuiti ufficiali dell’assistenza è stato in un primo momento tollerato, o addirittura incentivato, per motivi economici, nell’idea che la crisi siriana sarebbe durata alcuni mesi e si sarebbe velocemente conclusa. Ma le cose sono andate diversamente: la situazione si è cronicizzata, e nessuno può prevedere se e quando l’emergenza profughi comincerà a contrarsi.

In questa difficile situazione, complicata da un’estensione territoriale nettamente superiore a quella del Libano, si trova ad operare l’associazione Un ponte per…, che nel 2013, in collaborazione con l’Unione delle Donne Giordane (JWU) ha attivato una serie di progetti specifici rivolti all’assistenza di categorie socialmente deboli all’interno dei flussi migratori nei centri polifunzionali di Irbid, Ramtha, Karak e Kaldiyya.

In particolare, il progetto ha avuto una prima fase centrata sull’accoglienza di donne e bambini in un ambiente protetto, fornendo assistenza psico–sociale oltre legale. Molte donne e molti bambini lamentavano la mancanza di spazi sociali a un anno e mezzo dall’inizio della crisi. I servizi sociali erano percepiti come luoghi in cui ritirare il proprio kit di aiuto e poco più. Le attività di Un ponte per… e dei suoi partner locali hanno invece posto al centro delle attività la predisposizione di spazi sociali in cui ospitare attività ricreative per bambini e di socializzazione per le donne (dalla cucina al ricamo).
Intorno a questo sistema di accoglienza di prossimità si è però rapidamente dovuto sviluppare un circuito più articolato, in grado di far emergere un aspetto che non si credeva inizialmente potesse essere così diffuso: quello della violenza di genere, domestica e non.

È importante evitare che i servizi vengano duplicati, perché in condizioni di scarse risorse ogni spreco può essere fatale, ed è per questo che realtà come Un ponte per… lavorano in rete con le agenzie ONU per creare procedure standard comuni. Su questo piano gli aggiustamenti sono stati moltissimi: «passare da uno standard di 100 persone ad uno di 1000 – racconta Domenico Chirico – richiede strategie molto più articolate».

Ma trovare una strategia, da sola, non basta, e il lavoro di Un ponte per… non conosce momenti di riposo. Le tensioni, in Giordania come in Libano, crescono quotidianamente, e le attività di assistenza diventano ogni giorno più centrali, tanto da meritarsi il riconoscimento formale da parte di Unicef. A partire dall’esperienza svolta sui centri polifunzionali di Irbid, Ramtha, Karak e Kaldiyya, l’agenzia dell’ONU dedicata ai minori ha deciso di scommettere sulle strategie di Un ponte per… e di moltiplicarne l’impatto, sostenendo un nuovo intervento su 14 centri, compresi alcuni campi formali in cui si sono rifugiati i cittadini siriani in fuga.

Zarqa, Centro di assistenza sanitaria per rifugiati

Come detto poco sopra, gli sforzi sono condivisi con la JWU, l’Unione delle Donne Giordane, che era già impegnata in 10 centri prima di questo riconoscimento, e che si occupa in particolare della violenza di genere, un’area in cui il silenzio è la regola, e la paura il suo codice.

«Ogni persona è una relazione»: è una frase che sentiamo ripetere spesso dagli operatori del settore, e queste relazioni sono andate ben oltre ad ogni possibile previsione: a fronte di un progetto che valutava come un successo l’assistenza a 1250 persone, JWU e Un Ponte Per… hanno fornito supporto psico–sociale e medico–legale ad almeno 7700 persone nei 4 centri di Irbid, Ramtha, Karak e Kaldiyya. In realtà, è probabile che la cifra sia nettamente superiore, perché non è raro che in situazioni che coinvolgono bambini si decida di non registrarli, evitando loro code e stress da loro non sopportabili.

Queste problematiche, naturalmente, non nascono con la guerra in Siria, ma essa ne ha amplificato la portata. I centri in Giordania esistevano da molti anni, prima per i giordani e poi per gli iracheni, e ora per i siriani. Per questo attività come la protezione delle famiglie o per gli incontri protetti, sono aperte anche ai cittadini giordani, o anche ai palestinesi in condizione di bisogno.
Certo, le persone in maggior bisogno rimangono i siriani in questo momento, ed è qui che si concentrano gli interventi. Tuttavia non bisogna mai dimenticare chi ha già vissuto queste laceranti esperienze nei decenni passati: la guerra e la violenza non si cancellano, e tutto ciò che si può fare è cercare di rendere meno amaro quanto vissuto.

Deir Alla, Attività ricreative per bambini siriani e giordani

Ma è proprio da questi centri che può nascere una speranza per il futuro dell’assistenza nel paese: rappresentano il terzo settore giordano, rimarranno tali anche in futuro, e questi anni duri e senza fine hanno, se non altro, permesso di sviluppare protocolli internazionali per contrastare omertà, solitudine e violenza, fornendo quindi la possibilità di costruire nuove reti sociali. Certo, il rischio che alcune di queste strutture diventino cattedrali nel deserto una volta finita l’emergenza siriana esiste, ma creare piccoli e grandi presìdi di normalità in situazioni che non la conoscono passa anche dalla capacità di assumersi questi rischi, portando fino in fondo sfide che solo così si potranno vincere.

Questo reportage è a cura dell’Associazione Culturale Francesco Lo Bue/Radio Beckwith Evangelica .

Pubblicato a aprile 2014.

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