Siria

Damasco: rimanere aggrappati al futuro

Una delle dimensioni fondamentali della solidarietà internazionale nel contesto della guerra siriana è rappresentato dai moltissimi interventi sanitari a sostegno di una popolazione ormai prigioniera del conflitto dentro e fuori il paese. Proprio l’idea di una prigione a cielo aperto, senza sbarre ma inesorabile e cupa, capace di far svanire ogni prospettiva di futuro, è l’immagine di cui tutti coloro che abbiamo incontrato ci hanno parlato riferendosi al lato umanitario della crisi siriana. Una prigione che non ha geografia e che può essere rappresentata da un quartiere di Damasco o da un campo profughi in uno degli stati confinanti la Siria. La storia che stiamo per raccontarvi parla di speranza nel futuro e lotta alla rassegnazione di fronte all’orrore quotidiano di una guerra.

Nel Governatorato di Damasco, a sud dello storico campo profughi di Yarmouk (dove nel 2002 vivevano 112.550 profughi palestinesi rifugiati e oggi secondo le Nazioni unite sono rimaste circa 18mila persone) c’è un quartiere che si chiama Hajar al Aswad: una zona periferica, disperata già prima del conflitto, senza servizi e con poche prospettive. Un quartiere con un’alta incidenza di persone portatrici di handicap: uno studio del 2002 identificava 700 casi di disabilità mentale o fisica su di una popolazione totale di 350.000 persone.

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In quel luogo, tra la fine degli anni ’90 e il 2011 un’associazione di donne siriane  – Zahret el Madaen (ZAM) – con il supporto internazionale della Cooperativa Armadilla di Roma, ha dato vita ad uno dei centri più importanti e all’avanguardia del paese per la cura e la riabilitazione di bambini e bambine con handicap fisici e mentali.

Vi si potevano trovare spazi dedicati alla fisioterapia e luoghi protetti in cui poter condurre attività di special education. Un percorso lungo, difficile, giocato sul piano materiale e sul piano culturale attraverso l’approccio del “Community Based Rehabilitation“, strategia che coinvolge l’intera comunità nella riabilitazione, in modo partecipato.

Operare in un contesto di quel genere è difficile, soprattutto se le persone con cui lavori sono donne.  «Avevano dovuto vincere il problema di poter parlare con il mondo senza il marito come tramite – dice Marco Pasquini – Noi gli abbiamo dato una mano ad organizzarsi come associazione ed è così che è nata ZAM».

La maggior parte di queste donne era di origine palestinese perché tutte originarie della zona intorno a Yarmouk, «però credo che nessuna di loro sia mai andata in Palestina. Diciamo che è considerata un’associazione di donne palestinesi, anche se loro stesse dicono di essere “siriano-palestinesi”».

La situazione nel tempo si evolve ed iniziano ad emergere necessità nuove. «Senza aver parlato con noi avevano deciso di chiamare un loro amico infermiere per fargli visitare ogni tanto i bambini. Avevano capito che il problema era non solo intrattenerli, ma anche dare loro un’opportunità di un sostegno sanitario».


Un modello per tutto il paese

Il centro prima dello scoppio della guerra era in grado di sostenere il percorso riabilitativo di circa 300 bambini portatori di handicap e accompagnare le loro famiglie. Un luogo importante non solo perché offriva un’idea di futuro a dei bambini altrimenti condannati, ma soprattutto perché, attraverso un progetto ampio, coinvolgeva gran parte delle dimensioni della vita delle madri, offrendo loro uno nuovo posto nella famiglia e nella società. Un’occasione per diventare cittadine attive, inserite nei circuiti della produzione e della vendita, producendo un ulteriore beneficio perché una parte dei ricavi delle piccolissime attività commerciali veniva messa a disposizione dell’associazione.

Nel tempo si sono quindi aggiunti servizi importanti come quello infermieristico, fisioterapico e la special education. Il centro prima della guerra aveva raggiunto un livello di visibilità molto alto, tanto che era nato un circuito di fundraising interno alla Siria e molte donne benestanti, ad esempio, avevano deciso di contribuire in base alle loro possibilità.

Il giardino del centro. Un'oasi di verde in un quartiere di periferia

Le donne – per la maggior parte analfabete e provenienti dalle zone limitrofe al centro – nella struttura di Hajar al Aswad avevano la possibilità di formarsi per poter trovare una collocazione lavorativa, dal piccolo artigianato all’assistenza, stare insieme ad altre donne al di fuori del nucleo familiare e, in sostanza, cercare una diversa identità di sé e un diverso posto nel mondo.

La palestra del centro prima dello scoppio della guerra in Siria

 

Il fatto stesso che il centro fosse gestito da un’associazione di donne, Zahret el Madaen, che attraverso un lungo percorso di emancipazione ed empowerment erano riuscite a salvare i propri figli donando loro una prospettiva di futuro e restituendosi un ruolo in società, era di per sé un elemento unico.

Nel processo di stabilizzazione della struttura intervenne anche l’Unione Europea che finanziò il primo progetto per sviluppare il processo di fisioterapia. Questo ha permesso di formalizzare un rapporto tra il Ministero della Sanità siriano e la Fondazione Mariani di Milano (che si occupa di neuropsichiatria infantile). «Firmammo un accordo che prevedeva che la Fondazione Mariani formasse fisiatri siriani e fisioterapisti arabi a Milano e inviasse fisiatri e fisioterapiasti sul campo a Damasco. Si creò un bellissimo rapporto tra le due equipe e il beneficio di tutto questo ce l’avevano i bambini».

Il progetto era visto con grande attenzione dal Ministero della Sanità siriana tanto che da questa esperienza sarebbe dovuto nascere il progetto per la fisioterapia nazionale. Ministero e Fondazione avevano iniziato il percorso per l’accesso ai protocolli internazionali, ma nel giugno del 2011 a pochi mesi dall’inizio del conflitto, saltò tutto.

La guerra arriva inesorabile proprio quando le attività sono al loro culmine, segnando indelebilmente un prima ed un dopo. La struttura viene occupata e il quartiere diventa teatro di uno dei più aspri conflitti nel Distretto di Damasco. Impossibile restare. Oggi Yarmouk e Hajar al Aswad sono quartieri occupati, al centro di scontri violenti e colmi di disperati.

Nel mondo iperconnesso, la geografia stessa dei luoghi assume un diverso significato iconografico a seconda di ciò che vi accade. Così, se si prova ad inserire quei nomi su di un motore di ricerca, appare l’orrore quotidiano con cui chi lavora nel centro deve confrontarsi.

Il centro, infatti, nonostante tutto, esiste ancora. Per continuare ad operare l’associazione Zahret el Madaen ha dovuto spostare le proprie attività nel più centrale quartiere di Midan, in un appartamento situato in un condominio, con spazi ridotti e un grande affollamento, come racconta Ragda, la direttrice del centro.

Questo riposizionamento in un luogo più scomodo e piccolo, con l’avvento della guerra, non ha fermato l’afflusso di persone che con l’aggravarsi della crisi hanno portato nuovi bisogni.

Damasco è stato il luogo in cui si è raccolta una parte delle persone che scappavano dal resto del paese, come Aleppo o Homs.

L’utenza è dunque aumentata e le donne oggi passano il 90% del loro tempo alla ricerca di cose elementari, come cibo, vestiti e coperte. Per loro il centro rappresenta dunque un luogo in cui trovare un aiuto, ma anche un’oasi di normalità dove poter chiacchierare, rilassarsi, scambiarsi informazioni. Perché in una guerra la possibilità di vivere un’ora di relax è un lusso che bisogna guadagnarsi.

Un conflitto di queste proporzioni cambia la natura delle prestazioni. Improvvisamente il centro ha dovuto farsi carico di una domanda crescente e di bisogni inediti, sempre più urgenti e difficili da sostenere. Tra questi, la distribuzione di pacchi alimentari.
Ognuno di questi riesce ad integrare (non sostenere completamente) il fabbisogno di una famiglia media per circa 30-40 giorni. La distribuzione alle famiglie avviene in circa 10 giorni per evitare assembramenti e code.

Ogni pacco contiene 4 kg di lenticchie, 3 kg di burghul, tre litri di olio, margarina, salsa di pomodoro, zucchero, riso, crema di sesamo, farina, fagioli, pasta, carne e tè, per un totale di circa 30 kg. Con questa borsa, le donne compiono anche molti km per tornare a casa.

Quell’intervento sanitario che già prima costituiva la scintilla in grado di modificare la vita di interi nuclei familiari – e delle donne in particolare – acquista, nel conflitto, un significato ancora più grande. È l’idea stessa dell’esistenza di un futuro possibile oltre la guerra a muovere le energie in quel piccolo appartamento dei quartiere Midan di Damasco, aperto dalle 7:30 di mattina alle 15:00.

La vita nel centro inizia presto, con una telefonata del guardiano che avvisa tutti e tutte sulla praticabilità delle strade per arrivare fin lì. Subito dopo inizia la suddivisione delle persone nelle varie attività: quelle riabilitative come la fisioterapia in una stanza, quelle ludiche e la special education in un altra. E ancora i corsi di formazione per le donne nel corridoio e la distribuzione dei pacchi in un altro. Questo fino a metà pomeriggio, perché entro le 16 bisogna verificare che le strade siano tutte aperte e che ogni persona possa tornare alla propria casa.

La tipologia di servizi è cambiata: non ci sono più le palestre attrezzate e i giardini in fiore. Ma tra quei materassi usati come paravento per cercare un minimo di riservatezza, dentro quelle piccole stanze affollate, si scorge il seme di qualcosa più grande: “non vogliamo abbandonarvi, non vi dovete abbandonare: dobbiamo resistere ed aspettare perché ci sia un futuro”. Perché nel tempo sospeso di una guerra la cosa più facile – e tragica – che si possa fare è perdere il contatto con l’idea che dopo ci possa essere un futuro.

Si gioca e si sorride - nonostante tutto - nelle poche stanze del centro a Midan

Questo reportage è a cura dell’Associazione Culturale Francesco Lo Bue/Radio Beckwith Evangelica .

Pubblicato a aprile 2014.

Tutti i materiali prodotti sono di proprietà dell’Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese.