Alle radici dell’accoglienza

La storia di chi, nel territorio del Mugello, impara a prendersi cura del territorio e trova una nuova casa

Orizzonti

Pedro guarda lontano mentre racconta la sua storia. Fuggito da El Salvador e arrivato in Italia dopo una lunga serie di eventi, qui ha trovato la possibilità di scrivere un nuovo capitolo della propria vita per sé e per la famiglia. Forse guarda verso il suo Paese, o forse semplicemente scruta l’orizzonte per cercare di capire cosa gli riserverà il futuro. Anche Zaven, che ha lasciato l’Armenia dopo che invece l’ha rischiata troppe volte, la sua vita, tra le colline del Mugello sembra aver trovato un pezzo di casa.

Qui, tra i paesi intorno a Borgo San Lorenzo, Pedro e Zaven non sono soli, anche perché hanno incontrato le persone giuste, e insieme a Fakeba, Eddy, Emmanuel, Lorenzo e Ivan stanno costruendo un po’ del loro futuro, un futuro che ognuno di loro, in modo diverso, aveva perso di vista.

Al di là delle apparenze

Nonostante la sua bellezza, il Mugello non è un posto semplice. Conosciuta nel resto d’Italia e anche fuori dai nostri confini soprattutto per l’autodromo, che ha rilevanza internazionale e ospita ogni anno numerosi appuntamenti di grande portata, questa zona ha vissuto nei secoli una profonda trasformazione dei propri boschi e dei propri terreni, dovuta in modo particolare alla vicinanza con Firenze, per secoli uno tra i centri più importanti del nostro Paese.

Gli alberi, che per secoli sono stati la principale risorsa del territorio, in grado di fornire a Firenze il carbone che le ha permesso di prosperare, hanno cominciato a essere un problema con il progressivo abbandono delle borgate e delle frazioni più remote dell’Appennino.

Per tutta la seconda metà del Novecento, gli alberi di queste terre sono stati percepiti come una risorsa consumabile, come un qualcosa da tagliare, utilizzare e sostituire con una specie redditizia, come l’abete americano, senza tenere conto della vegetazione autoctona e delle specificità di questo territorio, delicato come tutti gli ambienti montani europei.

«Per rovinare quel centimetro di bosco in cui si trova tutta la biodiversità di quest’area – racconta Enrico – bastano dieci minuti di operazione silvicolturale sbagliata. Per rimediare, invece, la natura ci impiega almeno 500 anni». L’assenza di interventi mirati e specializzati volti alla salvaguardia dell’ambiente rischia di far scomparire questi luoghi, lasciando soltanto le scorie dell’intervento umano e amplificando i costi, economici e umani, del dissesto idrogeologico.

Una casa nel bosco

Per fortuna, c’è anche chi pensa che questi luoghi non vadano abbandonati, ma che anzi possano essere il punto di partenza di uno stile di vita diverso da quello che spesso si considera essere l’unico possibile. Una di queste persone è Andrea Castagna, motociclista e operatore video convinto che un luogo isolato, incastonato in una piccola e stretta valle, sia al tempo stesso una sfida e un progetto prezioso.

Questa storia non si può raccontare senza un luogo che si chiama Podere Giuvigiana, un casolare che si trova a Razzuolo, non lontano dal Passo della Colla, nel cuore dell’Appennino, e che è diventato la casa di Andrea oltre che il cuore di un progetto di riqualificazione del territorio che sembra così semplice da essere a suo modo rivoluzionario.

Quando arriviamo al Podere Giuvigiana per la prima volta è notte e, pur abituati a vivere sulle Alpi, siamo subito colpiti dal silenzio del luogo, interrotto soltanto dai suoni della natura, e dalle lucciole che lo illuminano a intermittenza. Magico.

Punti d’incontro

Ci sono incontri che si ricordano e altri che si vorrebbero dimenticare, incontri programmati da lungo tempo e altri improvvisi o improvvisati. Questa storia è fatta proprio di incontri e incroci, ognuno con un sapore differente.

L’avventura di Bambini nel Deserto, organizzazione umanitaria italiana nata nel 2000, parte dall’altra sponda del Mediterraneo, nell’Africa sahariana e subsahariana da cui molte persone partono per arrivare in Italia, e come queste incontra nuove realtà dopo un lungo cammino.

Il Mugello, come molti territori in tutta Italia, si trova in questi anni ad affrontare numerose sfide allo stesso tempo. Una di queste è sicuramente quella di accogliere chi arriva dal sud del mondo, un grande insieme di persone che spesso non solo non hanno un lavoro, ma non hanno neppure il diritto di cercarlo, e allo stesso modo non hanno aspettative e certezze. «Ormai l’Africa è anche in Italia – ci dice Luca Iotti – e quindi era naturale per noi provare ad avviare un progetto anche in Italia».

Sulla questione migratoria e sull’abbandono dei territori montani si innesta poi un terzo problema, comune anch’esso a moltissimi luoghi d’Italia: quello del lavoro, che anche in quest’area attraversa una crisi profonda e che riguarda fasce molto ampie della popolazione, in particolare i giovani sotto i 35 anni, gli stranieri e più in generale le persone poco specializzate.

La grande perdita di posti di lavoro ha inciso con forza sule condizioni di vita, di sviluppo e di inclusione delle fasce sociali più vulnerabili e ha creato nuovi poveri e nuove debolezze, le stesse che segnano il territorio da un punto di vista ambientale e che non possono essere contrastate senza metterle in relazione tra di loro.

L’impoverimento e le migrazioni forzate hanno un denominatore comune, che ripropone uno schema già visto negli anni del boom economico: ci si sposta sempre di più verso le città, che vedono estendersi le loro periferie facendo crescere la marginalità, l’isolamento, l’abbandono e il disagio sociale, e allo stesso tempo i piccoli centri della provincia italiana si svuotano, correndo verso un declino sociale e culturale, fatto di scuole che chiudono, servizi che si interrompono e in generale di un patrimonio che viene disperso.

Consapevolezza

È proprio l’incontro tra queste considerazioni a stimolare l’idea di sviluppare un intervento che tenga conto di tutto questo: è qui che nasce Fosam, una sigla che sta per Formazione e Salvaguardia della Montagna, un progetto condotto da Bambini nel Deserto in collaborazione con l’associazione Asinitas, che ha curato la scelta dei beneficiari diretti, e sostenuto da una ricca rete di realtà locali, dalle amministrazioni comunali al centro di formazione di Rincine, un’eccellenza a livello nazionale nella formazione per la conservazione forestale.

Una particolarità da non sottovalutare è il fatto di aver messo insieme italiani e stranieri in un percorso formativo e successivamente in uno professionale. È la miglior strada di integrazione che si possa imboccare, perché nel posto di lavoro si trascorre la maggior parte del tempo e si sviluppano relazioni che in altri contesti non si potrebbero sviluppare.

Le persone lavorano insieme, si conoscono e collaborano, e questo vale soprattutto in un lavoro come quello del boscaiolo, che è pericoloso e ha bisogno che tutti si sentano parte di una squadra. Come racconta Luca Iotti, il presidente di Bambini nel Deserto, «quando sei nel bosco devi sapere cosa fa l’uomo alla tua destra e l’uomo alla tua sinistra e altrettanto loro devo imparare a fidarsi di te».
È un lavoro duro, ma che insegna davvero alle persone a vivere insieme, perché condividere uno spazio come quello del lavoro permette di conoscersi davvero. I protagonisti di questa storia, persone che provengono da quattro continenti – Europa, Asia, Africa e America – sono andati oltre, imparando a vivere e condividere anche gli spazi non lavorativi, costruendo una nuova socialità che non si ferma alle barriere costruite dalla diversa provenienza geografica e culturale.

Non si tagliano le radici

Quando si affrontano così tanti nodi tutti insieme, l’esito non è scontato. Eppure, in questo caso la riuscita è evidente: tutti e 7 i beneficiari diretti hanno completato la formazione acquisendo le competenze necessarie per svolgere un lavoro che richiede grandi competenze e fiducia, con un bilancio sicuramente positivo.

Non si tratta soltanto di tagliare degli alberi, ma di ricostruire la propria vita, scoprendo nuove capacità e costruendo nuove relazioni, un percorso necessario per non perdere le proprie radici, ma anzi, per metterle in modo solido su un nuovo territorio.

Ricadute che fanno rialzare

Chi entra a far parte del progetto Fosam arriva, in un modo o nell’altro, da una caduta, da un’esperienza di perdita delle proprie certezze e delle proprie possibilità di vivere una vita piena e soddisfacente. C’è chi, come Lorenzo, ha visto cadere il mondo intorno a sé ritrovandosi senza un lavoro, oppure chi come Eddy è partito dalla Nigeria, ha attraversato il Sahara per recarsi in Libia ed è stato costretto a fuggire anche da qui a causa della guerra. Per tutti loro, la possibilità di costruirsi nuove competenze è il modo migliore per provare a rialzarsi, trascinando con sé un’intera comunità.

Al servizio del territorio

Proprio per questo, il progetto Fosam è stato accolto con entusiasmo da tecnici e amministratori sul territorio del Mugello, come Stefano Manni, responsabile dell’ufficio Politiche agricole e forestali e Vincolo idrogeologico dell’Unione Montana dei Comuni del Mugello, che ha giocato un ruolo decisivo nell’accompagnare Andrea e Margherita verso l’ottenimento del Podere Giuvigiana, cuore pulsante del progetto Fosam.

Scendendo a valle dalla Giuvigiana si incontra Borgo San Lorenzo, il centro più importante della zona e luogo in cui ogni anno alla fine della primavera si svolge la Fiera Agricola Mugellana, un evento di grande rilevanza e che ha rappresentato la prima vera uscita pubblica dei ragazzi di Fosam.

Ma le sfide per Andrea e per tutti i ragazzi non finiscono con il riconoscimento da parte della cittadinanza: il progetto può e deve crescere ancora, perché questo primo passo ha dimostrato che le ricadute positive possono essere sempre più grandi.

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Un lavoro per tutti

«Quando ho pensato al progetto ho messo subito in chiaro che l’obiettivo dovesse essere il lavoro». Andrea Castagna su questo punto è chiaro: la formazione da sola non garantisce un futuro, ma dev’essere il punto di partenza per immaginarsi un lavoro che è necessario per sé e per il territorio.

Parliamo di un sapere pratico che spesso viene messo in un angolo, considerato troppo umile o con prospettive troppo brevi, eppure è anche su questo genere di conoscenze che si è fondato il progresso.

«Ogni nuovo progetto ci permette di crescere, soprattutto quando è qualcosa di realmente nuovo anche come struttura, perché ci permette di migliorarci in ambiti magari simili ma sempre più impegnativi».

Casa loro è casa nostra

Dopo esserci salutati ed essere ripartiti, vediamo che Pedro guarda di nuovo l’orizzonte. Stavolta però non c’è dubbio: sta abbracciando con lo sguardo quella che ormai è la sua nuova casa.

Noi qui siamo diventati un’insalata del mondo.
Pedro

 

Questo reportage è a cura dell’Associazione Culturale Francesco Lo Bue/Radio Beckwith Evangelica
ed è stato realizzato da Daniela Grill, Alessio Lerda, Simone Benech
Grafiche a cura di Leonora Camusso.

Pubblicato a febbraio 2017.

Tutti i materiali prodotti sono di proprietà dell’Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese.