Pietre in movimento

Lo hai mai visto un mammut a Napoli? A nord della città ce ne sono addirittura due

“Quando la felicità non la vedi, cercala dentro”. Questa è la scritta che campeggia sul porticato bianco di cemento armato che introduce in Piazza Giovanni Paolo II, al centro del quartiere Scampia. Una pensilina sorretta da colonne bianche troppo alte perché si riesca a capirne il senso. E infatti gli abitanti di Scampia hanno, nel tempo, iniziato a chiamarlo “mammut”.

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Un mammut di pietra, impassibile ai cambiamenti umani e all’incrocio di vite che nella piazza e nel parco lì vicino si susseguono. Una struttura impassibile ma – forse suo malgrado – coinvolta nelle vicende umane, visto che le zampe del pachiderma di cemento negli ultimi anni si sono progressivamente colorate di strani disegni: draghi, streghe e animali di ogni sorta.

La scritta sul mammut di pietra

Sì, perché sotto al mammut gigante in pietra, avvolto e protetto dalla sua ombra, sembra sonnecchiare un edificio più piccolo, la sede del Centro Territoriale Mammut. Sul suo tetto, una scritta più piccola, irregolare: “A Scampia ci vuole una piazza, non un deserto”.

Il Mammut in questione (con la M maiuscola) sembra scavato nelle profondità della piazza e da lontano non si riconosce subito. Bisogna avvicinarsi per capire dove sia. E anche questa scelta – non essere un elemento estraneo al paesaggio, ma comunque connotarsi per ciò che si è – non è casuale. La linea retta che congiunge queste due scritte è quella su cui si distende la storia che stiamo per raccontarvi: in perenne tensione tra una pratica educativa quotidiana sul territorio ed un orizzonte ampio, che guarda alla modifica degli immaginari.

Le gambe del mammut

Viale della Resistenza è la strada dove si ambienta la nostra storia: circonda il Parco Scampia da Piazza Giovanni Paolo II alla Villa Comunale e ritorno, passando sotto le famose vele.

|14.239118099215148,40.90159307842342,0.0§I due Mammut di Scampia|14.238581657409668,40.90143089355196,0.0§Piazza Giovanni Paolo II|14.23879623413086,40.89903051124977,0.0§Le vele|14.241135120391846,40.90010096276778,0.0§Il parco

La geografia dei luoghi, alcune volte racconta molto più di quanto si pensi; e così può accadere che un enorme viale ad anello intitolato alla Resistenza, veda intrecciarsi nel flusso continuo di mezzi e volti che lo popolano, storie di resistenza quotidiana all’idea che Scampia sia “solo quella cosa là”. Storie incastonate nei muri come gemme preziose, eppure fertili, in grado di contaminare altre storie e proseguire la narrazione di Scampia come luogo di vita.

Un gioco di contrasti, con il quartiere che si staglia sullo sfondo come una foto in bianco e nero con le sue luci e le sue ombre. Sui muri del mammut di pietra gli sprazzi della vita che emerge, che resiste. Che viene da lontano.

Murales in Piazza G. P. II

Al di là della geografia, Scampia è molto di più. Però – ci dicono i ragazzi del Centro Mammut – “Scampia non si può spiegare, la devi vivere”. È vero. Sono in tanti quelli che hanno provato a raccontare Scampia, partendo da fuori o dal centro del quartiere con il risultato di offrire un affresco verosimile di un luogo complesso. Ma sempre parziale, perché non è facile raccontare Scampia.

Noi, però, ne raccontiamo una piccola fetta, un luogo – il Centro Mammut – dove quando si entra, sembra di lasciare il quartiere alle spalle, di spogliarsi dell’affanno di cui la Piazza e le vele sono carichi e di entrare in un cantiere di idee. Protetti dai due mammut.

L'entrata

Le radici del centro Mammut sono più antiche del 2007, anno di fondazione, e risalgono al 1996, quando un gruppo di giovani in formazione comincia a lavorare con i Rom di Scampia. Questa attività contribuisce a allargare e modificare gli orizzonti del gruppo, così come la loro idea del mondo e dell’ approccio pedagogico. A questo si aggiunge qualche anno più tardi l’incontro con una struttura storica del quartiere, il Gridas. L’amalgama della pedagogia libertaria del Gridas e l’approccio ribaltato al mondo dei Rom, produce l’humus in cui si radica il centro Mammut. Ma Scampia, non vuol dire necessariamente Napoli.

Il Centro Mammut ha una genesi durata alcuni anni. Dal 2007 al 2009 gli operatori non hanno una sede fisica vera e propria ma conducono un lavoro sul quartiere e sulla piazza. Prima bisogna farsi conoscere ed accettare dai mammut e dalle persone che ci vivono intorno

Dal 2009 il presidio diventa quotidiano, con una presenza fisica e con il Centro Mammut.

Nel Mammut la gravità è diversa. Il peso delle “cose del quartiere” ti riguarda ma in modo differente. Il peso si condivide, si impara a fare un po’ di strada insieme, e a capire i propri limiti nel confronto con l’altro. Lo si fa lavorando per trasformare il territorio, partendo dalla scuola, che non sempre riesce a fornire le risposte adeguate ad un territorio come Scampia.

L’incrocio e la sinergia tra la scuola e il lavoro peer to peer del Mammut, genera opportunità.


Sbagliando si insegna

Apriamo questa porta

Mammut a Scampia ha molti sinonimi, ma più di altre sono due le parole che ne raccontano l’agire: ricerca ed educazione popolare. Una metodologia che ha radici pedagogiche profonde. Si tratta di un percorso che come educatori si intraprende insieme al territorio su cui si lavora e con le persone che su quel territorio vivono. “E’ un cercare di conoscere la realtà attraverso il fare, per modificarla. Siamo degli artigiani della conoscenza” ci dicono al Mammut. E il metodo utilizzato dagli stessi educatori è quello dell’apprendimento per errori, attraverso prove successive, per arrivare ad una sintesi utile al contesto su cui si opera.

Tra le diverse porte che si aprono dentro al Centro Mammut proprio quella dell’errore è particolare: una porta difficile da trovare nel quotidiano, potenzialmente letale in un quartiere come Scampia. Le basi dell’apprendimento che qui sono in gioco in ogni attività educativa sono la curiosità, l’esperienza e lo sbaglio. Lo spazio per poter sbagliare è il centro del metodo, il vero maestro.

Breakdance

A questo si intreccia la ricerca costante di Mammut, in un contesto dove “l’antropologia non fa più ricerca sul campo, così come il giornalismo: difficilmente c’è chi viene nei territori per fare un pezzo di strada e poi raccontarlo”.

Se è vero che varcata la porta si inizia un viaggio all’esterno del quartiere, parallelamente si percorre un viaggio all’interno di sé: la ricerca pedagogica e quella personale si intrecciano, trovando nel mettersi in gioco la vera sincerità e utilità del fare educazione.

E a volte quel viaggio te lo raccontano i bambini che vivono il rione e che ogni pomeriggio si ritrovano nella pancia del Mammut per fare i compiti, merenda e giocare. Azioni di una quotidianità per molti ritrovata, per alcuni strappata a tutto il resto.


Oltre lo spazio fisico

C’è un bus (in realtà un camper) che negli ultimi mesi ha contribuito ad allargare ulteriormente le mura del Mammut; se creare e trasformare spazi è una caratteristica fondamentale di questi luoghi, con quattro ruote ed uno spazio da inventare, i luoghi in cui immaginare spazi alternativi nel quartiere diventano grandi come l’intera città. Ed è così che il Mammutbus ha viaggiato in cinque scuole e ha portato un’alternativa e un nuovo modo di vedere il mondo al di fuori delle sue mura, raggiungendo un numero di bambini molto più grande rispetto a quello della consueta attività.

Il bus porta in giro le storie scritte dai ragazzi, i Miti di luce, attività intorno al solstizio di inverno, porta la scienza attraverso i racconti mitici, porta una nuova visione e una nuova possibilità di guardarsi intorno.

Le alternative proposte – e ribadite più volte – non hanno dunque mai a che fare con la dimensione della fuga o dell’alienazione da un luogo complesso o difficile. Al contrario, lo spirito del Mammut è stanziale: stare, restare, trasformare, vivere e confrontarsi con il quartiere, per contribuire a valorizzarlo con attività che lo possano portare ad uno sviluppo, anche economico.

Day by day

Con questa prospettiva il mammut di pietra guarda – apparentemente sonnecchiando – la piazza sotto di lui. Di storie ne sono passate su quelle pietre disposte ad arena. Prima andava in scena sempre lo stesso spettacolo: il consumo di droga, i motorini che sfrecciavano per tagliare una curva di Viale della Resistenza.

Mammut

I problemi di Scampia sono finiti? No, certo. “Forse si può salvare Scampia, ma se si continua a dire che il quartiere è droga, camorra, e tutto il resto, sarà sempre peggio”. Da qualche tempo Scampia è ritornata a pensarsi diversa, anche grazie ai mammut.

Questo reportage è a cura dell’Associazione Culturale Francesco Lo Bue/Radio Beckwith Evangelica .

Pubblicato a giugno 2014.

Tutti i materiali prodotti sono di proprietà dell’Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese.