In cerchio a Forcella

Nei dedali del centro in cerca di sé stessi provando a cambiare le geometrie della vita

La via è stretta e trafficata di auto, scooter, persone, bancarelle. I panni, stesi ai balconi e tra un palazzo e l’altro, portano lo sguardo ai muri delle case, così alti che sembra di non riuscire a vedere il cielo.

Se non si è di qui, le vie sembrano tutte simili, i portoni tutti uguali. Dietro ogni portone, però, si nascondono storie, vite e prospettive diverse. Ce n’è uno, per esempio, che potrebbe raccontarne tante, di storie. Se si varca la soglia, e si sale fino al quarto piano, tra santi e madonne che ti scrutano dai pianerottoli, si trova un altro portone, che ha protetto per anni un grande appartamento del boss del clan della camorra più temuto del quartiere, il clan Giuliano.

Sono tante le storie del passato che potrebbe raccontare quel portone, potesse parlare. Ma noi ne raccontiamo una piccola porzione: gli ultimi anni dal 2007 ad oggi. Dietro la porta, infatti, c’è più di un appartamento.

C’è un alloggio trasformato in Centro di Aggregazione Giovanile, dove i bambini e le bambine del quartiere cinque pomeriggi a settimana si allenano a diventare cittadini, individui, persone. E lo fanno nel modo più naturale di tutti: svolgendo i compiti, parlando, ascoltandosi e giocando insieme.

La dispersione scolastica si fa sentire anche qui, e “occorre andare alla radice del problema” come raccontano gli educatori del Centro: la radice è l’educazione dei più piccoli a trovare un proprio posto nella società, a capire i propri limiti, e conoscere le proprie capacità. Sulla strada, infatti, i ruoli spesso sono confusi, così come in alcune famiglie. Il centro lavora a partire da questo: la responsabilità individuale, i propri limiti e i ruoli all’interno della società, a partire da quelli appresi nel Centro. Che a veder da vicino, non è altro che una casa, e che avvicinandosi ancora un po’ ha molti aspetti in comune con un “famiglia”, per usare la parola che bambini ci dicono, nel cerchio, all’inizio dell’attività.

Il cerchio è la base delle attività e dalla convivenza all’interno del Centro tra ragazzi e bambini dai 6 ai 16 anni. Al suo interno è possibile sfogarsi, parlare dei propri desideri e dei propri problemi; fare, insieme agli altri, piccoli passi nella ricerca di sé stessi. Se ci si ferma a pensare un attimo, il cerchio è una figura geometrica estranea ai vicoli di Forcella, che deve il suo nome per la particolare forma a Y delle sue strade principali. Così come il gioco, che sembra un elemento estraneo, nel rione. Ma è proprio nel gioco, tra le mura del centro, che si imparano la fiducia, l’affiatamento, il rispetto delle regole, e il lavoro di squadra. Concetti liberatori, tra i ruoli e i muri occludenti del rione.

Cercare sé stessi è importante, anche a Forcella. “Soprattutto a Forcella”, dicono gli operatori, dove le emozioni, umane e naturali, come la rabbia, si trasformano in collera. E la collera senza sfogo, porta spesso alle pagine di cronaca. Il gioco, il gruppo, il lavoro pedagogico e ludico che il Centro porta avanti, spingono a incanalare le emozioni in un flusso di ricerca di sé. Lavorare in questo modo “fa sentire i bambini come persone a tutti gli effetti, come portatori di diritti, come individui”.

Non sempre è facile conciliare quello che c’è dentro la casa e quello che si vive fuori, nei vicoli, nella strada, nell’abitudine radicata nelle persone e nei muri. Spesso le regole sono scandite dalla violenza, dalla prepotenza e dall’arroganza, e il limite delle cose è dettato dalla paura: ma il centro porta nuovi modelli nella vita dei bambini, che a loro volta essi esprimono nelle proprie famiglie. Negli anni il centro è stato qualcosa di estraneo al quartiere, che ha reagito “come gli anticorpi”, aumentando la fatica a farsi accettare. Ma “quando hanno capito cosa facciamo per i loro figli, le cose sono cambiate” dice chi ha vissuto questi anni di passaggio, resi difficoltosi anche dal luogo fisico in cui il centro si trova, la casa fatta di marmo di un boss camorrista, dove la soglia del portone diventa anche quella di un invalicabile tabù.

Per i ragazzi del quartiere, non è solo uno spazio di gioco, ma anche un luogo dove raccontare le proprie esperienze, dove essere ascoltati, dove l’emarginazione del singolo è combattuta giorno dopo giorno.

Il centro di aggregazione giovanile è uno dei progetti di Prodos, cooperativa che riunisce associazioni diverse che operano nel sociale nella città di Napoli. Il lavoro quotidiano è gestito dal METI, che da due anni collabora con l’Isola del Sorriso. Quest’ultima, grazie al finanziamento di alcuni progetti e al lavoro con la Chiesa Valdese di Napoli, sta progettando un potenziamento e ampliamento dei servizi offerti al quartiere: una serie di sportelli di ascolto per la popolazione, supporto psicologico, assistenza fiscale, assistenza per i carcerati.

Questo reportage è a cura dell’Associazione Culturale Francesco Lo Bue/Radio Beckwith Evangelica .

Pubblicato a giugno 2014.

Tutti i materiali prodotti sono di proprietà dell’Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese.