Ai piedi del Vesuvio

Ponticelli, Barra, San Giovanni a Teduccio. La frontiera tra Napoli e il vulcano

Per provare a capire uno dei più complessi e contraddittori quartieri di Napoli – una della più popolose della città – bisogna imbracciare gli arnesi da lavoro del geologo e scavare ciò che piano piano emerge. Strati, sedimenti di epoche passate, pietre e cemento, palazzi e container, vecchi cinema e nuovi ospedali. Tutto convive in una perenne tensione tra mutamento e immobilità.

Ponticelli è come un terreno dove epoche passate si sono saldati strati di rocce diverse. Un quartiere operaio, separato dal resto della città da un anello di industrie: raffinerie, fabbriche, la gamma completa della tecnica del ‘900. Un quartiere “rosso” dove era attiva una delle sezioni del PCI più grande del Mezzogiorno.

Di quell’epoca rimane il vuoto: le carcasse dei siti produttivi, enormi, incombenti, ingombranti. Ma anche le tasche vuote di una popolazione che era stata contadina, è diventata operaia, e a partire dal 1980 ha iniziato un progressivo declino verso percentuali di disoccupazione a doppia cifra crescente. Già, il 1980.

I prefabbricati post-terremoto

Il 23 novembre di quell’anno alle 19:35 la terra tremò, in Irpinia. Un conto in sospeso lungo 34 anni tra la crosta terrestre e le centinaia di migliaia di sfollati; ma soprattutto tra chi perse tutto e la ricostruzione promessa e mai gestita. Ancora sedimenti, edifici crollati, case sventrate su cui si costruiscono nuove strutture, si posizionano file di container che con il tempo diventeranno più ancorati al terreno delle rocce su cui posano.

Ponticelli dopo il terremoto conosce una nuova vita: vengono costruiti interi nuovi rioni, vengono posizionati centinaia di container. Ponticelli dal 1980 diventa un altro quartiere.

Qui, in questo nuovo quartiere, si costruisce e ricostruisce, si sedimenta l’ennesimo strato. Verso la fine degli anni ’80 con il venir meno della Nuova Famiglia, si forma il clan camorristico dei Sarno. 

Si sedimentano edifici, si sedimentano le persone, si sedimentano i poteri. Il clan Sarno – uno dei più potenti e feroci – aveva base nel rione De Gasperi, al centro di Ponticelli: un quartiere bunker che aveva poche vie d’accesso, perché alcune erano sbarrate da un muro di cemento che bloccava le retate delle Forze dell’Ordine.

Ponticelli è fatta a strati e per studiarla ci vorrebbe – in effetti – un geologo. Ma questi sedimenti non sono solo detriti di un passato infausto, pietre accidentalmente rotolate ai piedi del Vesuvio.

Come ogni strato di terra, come ogni sedimento, sia esso morenico, vulcanico o frutto del deposito di un fiume, Ponticelli è anche un luogo dove mettono radici, crescono e si intrecciano progetti, persone e storie. Il susseguirsi di strati permette una crescita costante. Dentro Ponticelli, in mezzo ai detriti di un passato difficile – nonostante tutto – ci sono i semi del domani. E di alcuni di questi semi vi raccontiamo la storia.

|14.333172999999988,40.851519,0.0§Cinema Teatro Pierrot|14.338487999999984,40.853293,0.0§Arci Movie|14.338021874427795,40.847356586307605,0.0§Centro Sociale Casa Mia Nitti

Casa Mia Nitti

I lavori dei bambini

Ci sono due partite che si giocano in parallelo al Centro Nitti di Ponticelli nel pomeriggio in cui capitiamo per confezionare il reportage. Se si vuole trovare una qualche simbologia che possa raccontare il senso della presenza di un luogo come quella struttura in un quartiere come questo è anche dal gioco che si deve partire.

In parallelo – dicevamo – si svolgono due match. C’è una partita di scacchi soppesata con attenzione da due bambini di 9 anni nell’atrio della struttura che funge alternativamente da sala studio e da sala giochi.

Dietro una porta – in palestra – si gioca invece una partita a palla prigioniera: due squadre, le magliette, il sudore, il tifo. Le due partite raccontano i volti dell’essere bambino a Ponticelli. Lasciamo i due giocatori solitari alla loro sfida al Re avversario ed entriamo nella palestra.

Le due squadre sono schierate. L’animatore dà il via e la palla comincia a rimbalzare da un lato all’altro della palestra, lanciata a turno verso i corpi degli avversari. In gioco ne deve restare soltanto uno.


Uno, il Centro.

Casa Mia E. Nitti è un’opera della chiesa metodista in Italia che accoglie bambini dai 6 ai 16 anni. Il centro è aperto per i ragazzi del quartiere dalle 14:30 alle 18:00 dal lunedì al venerdì. I bambini durante i loro pomeriggi insieme ad animatori e volontari fanno i compiti, vivono le proprie amicizie e sperimentano la relazione e la comunità.

La struttura vive grazie al volontariato: intorno ai ragazzi si alternano persone della comunità metodista di Ponticelli, volontari tedeschi, servizio civilisti, giovani cresciuti nel centro e che ora offrono il loro contributo alla comunità.

Il centro affonda le sue radici in una zona complessa di Ponticelli, stretto tra mondi che convivono gli uni accanto agli altri. L’equilibrio tra questi mondi ha permesso alla struttura di essere riconosciuta come uno dei luoghi di riferimento del quartiere, al di là delle appartenenze religiose.

E a proposito di equilibri, c’è un match di palla prigioniera che abbiamo lasciato in sospeso. Ogni partita – di qualunque gioco si tratti – ha il suo punto di svolta, anche quando si gioca di pomeriggio con gli amici. Il punto di svolta della nostra partita avviene dopo qualche minuto di gioco, dopo i primi eliminati, quando cominciano ad emergere i caratteri dei ragazzini più intraprendenti. La palla acquista velocità, la mira diventa più precisa e ad un certo punto ai due lati del campo si ritrovano forze sbilanciate. Da una parte sono in quattro ad assediare. Dall’altra, a difendersi, solo in due.


Due, la strada.

È la strada il vero problema. In un quartiere in cui dispersione scolastica e microcriminalità sono realtà con un peso specifico notevole, la strada rappresenta un pericolo per i bambini. Perché anche a Ponticelli la “strada” non è solo un luogo fisico, ma soprattutto un insieme di possibilità.

Del resto Ponticelli è stata costruita senza una logica che guardi alla vita di chi vi abita. La strada è il luogo alternativo alla scuola ma è anche il posto in cui puoi finire male.

Di strade a Ponticelli ce ne sono tante, il quartiere è uno dei più grandi della città. C’è anche chi era finito su quella sbagliata e dentro al Centro Nitti oggi cerca di immaginare il proprio futuro.

Non si tratta dunque di riempire i pomeriggi dei bambini e delle bambine di Ponticelli, ma di proporre loro un’alternativa al vivere le proprie giornate in miez’a via. Consapevoli che il meccanismo funziona in entrambe le direzioni – e al Centro Nitti di Ponticelli lo dicono tutti: non c’è chi dà e chi riceve in senso assoluto. C’è un ciclo di relazioni per cui ognuno diventa importante per gli altri. Come in una squadra. Quando si è bambini ogni partita è una sorta di finale dei mondiali.

L’impegno è totale, profondo, la concentrazione è massima. Ci sono condizioni che possono segnare fin dal principio una partita e i bambini lo sanno bene quando, ad esempio, devono scegliere come dividersi in squadre.

Non è il caso della nostra partita a palla prigioniera. I superstiti del gioco sono lì sul campo, gli uni di fronte agli altri. La squadra degli assedianti conta tre ragazzotti scatenati ed affiatati che mulinano le braccia senza sosta cercando di colpire l’avversario con la palla. Insieme a loro una ragazzina, più timida, fa la sua parte. Dall’altra i due bambini superstiti schivano i colpi e rispondono palla dopo palla. Quando ecco che accade l’imprevisto. Nel giro di tre minuti i tre giovani assedianti vengono eliminati, mentre dall’altra parte uno dei due assediati deve cedere il passo. Rimangono così uno contro uno, fratello e sorella. Nel giro di tre minuti le sorti della partita si sono ribaltate.


Tre, la speranza.

Come vivere la dimensione della speranza a Ponticelli? Come può avere cittadinanza il domani se nell’oggi non si riescono a trovare le parole per raccontare il bello che ti circonda? Per un giovane, per un bambino è difficile pensare a un domani possibile se l’orizzonte rimane quello del quartiere alle pendici del Vesuvio. Alcuni cercano futuro altrove. Per altri è difficile anche quel passaggio e Ponticelli diventa il ghetto entro il quale organizzare la propria vita.

La missione di un centro come il Nitti è dunque ricostruire il senso di un’appartenenza al quartiere perché venga percepito come parte della propria identità. Un’identità positiva che cerca di costruirsi su basi diverse da quelle della strada. Perché Ponticelli è un posto di frontiera, ma anche nella frontiera si può immaginare e sperare di cambiare il luogo in cui si vive.

Come finisce la partita non ve lo diciamo. Preferiamo lasciarli lì, uno di fronte all’altra a confrontarsi in questo match simbolo di quello – decennale – che si gioca per le strade di Ponticelli. Non importa chi dei due vincerà, se lui – quello che ha eliminato i tre temibili avversari in pochi colpi – o lei, che si è tenuta in disparte fino alla fine e che ora gareggia al pari del fratello.

È una partita che sembra non avere fine, quella che si svolge nel Centro Nitti di Ponticelli. I sedimenti delle epoche passate e di quelle presenti, dallo sfondo, stanno a guardare, immobili, impassibili. Dietro ad ogni tiro, ad ogni palla giocata c’è la voglia di riscatto per il futuro negato: per quelle strade impraticabili e senza fine, per quei rioni senza nome, per quegli alloggi occupati. È una partita, la più importante. Quella con se stessi.


Arci Movie

Se è possibile immaginare un quartiere come un sistema di organi, come un organismo composto di apparati, allora si può provare a immaginare che i suoi abitanti, alcuni luoghi fondamentali e tutto il territorio, funzionino in sintonia tra loro, tanto da svilupparsi e crescere l’uno in funzione dell’altro, proprio come in un organismo. Ma quale potrebbe essere, allora, la funzione di un cinema? Che organo potrebbe rappresentare?

Il Pierrot, l’unico cinema di Ponticelli, l’unico di Napoli est, a metà degli anni ’90 ha rischiato di chiudere.

Le priorità, nel quartiere, sono quelle primarie: il lavoro, il sostentamento, l’assistenza sanitaria, non certo un cinema.

Ma un gruppo di persone, che al pari delle altre lottava per quelle stesse priorità, ha ritenuto quel cinema un luogo così importante, un organo così vitale, da cominciare una battaglia perché il Pierrot non si fermasse.

Quando si rischia di perdere qualcosa, capire quanto è importante per noi diventa più facile: così è successo a Ponticelli. Senza il Pierrot, il quartiere e i suoi abitanti avrebbero perso qualcosa di insostituibile, l’organo fondamentale di cui meno ci si rende conto, quando non ci sono troppi problemi, ma che aiuta a dare una direzione e un senso al tutto.

Dalla lotta del quartiere per il cinema, è nata ArciMovie, che negli anni è cresciuta insieme alla demografia di Ponticelli: e così, da una masseria a pochi passi dalla sala, sono nati dei laboratori d’arte e teatro, una mediateca e due centri di educativa territoriale; centri che per definizione sarebbero rivolti all’area del disagio, ma che in realtà accolgono tutti. E’ uno di questi centri ad aver corso, poco tempo fa, lo stesso rischio del cinema Pierrot

Uno spazio dove si lavora coi ragazzi attraverso il sostegno scolastico e dove si impara a stare insieme.

Ma tornando al cinema, una proiezione senza pubblico non avrebbe avuto senso. Non avrebbe potuto essere nemmeno immaginata.

Inizialmente, per il quartiere avere un cinema era importante perché ci fosse “qualcosa”, un luogo dove le persone potessero incontrarsi e svagarsi; pian piano, però, la rilevanza di questo luogo è andata ampliandosi fino a diventare un nucleo a sé, attorno al quale sono nati e cresciuti un gran numero di progetti e iniziative, pensate per sostenere i più giovani e per restituire loro possibilità e spazi che gli appartengono ancora.

Il linguaggio più diretto è quello che passa attraverso la creatività, l’azione, il gioco e le immagini.

Immagini che caratterizzano il cinema, ma anche la televisione, gli spot, le riviste, e assumono quasi sempre un ruolo dominante nel mondo giovanile. I giovani, però, spesso non hanno i mezzi per difendersi, per non farsi travolgere ed è importante non subire quegli stimoli imparando a selezionare i messaggi che portano.

Un modo per farlo è affrontare i messaggi insieme ad altre persone per sdrammatizzarne il potere e per partecipare collettivamente alla fruizione del contenuto originale. Con questo scopo sono nati i laboratori di cinema nelle scuole. Catturare però l’attenzione dei bambini – e soprattutto degli adolescenti – non è facile. Gli strumenti per coinvolgerli, oltre alle immagini, passano anche dai linguaggi che loro padroneggiano, dai social networks, dalla tecnologia di largo consumo: in questo modo “si diventa quasi uno di loro, la confidenza aumenta, e comunicare è più facile”.

Alcuni di loro sono giovani e capita che non sappiano che cosa sia un rullino fotografico, o che cosa significhi “analogico”: entrare in una camera oscura e vedere comparire un’immagine sulla pellicola diventa così un’esperienza magica. Oppure la produzione di un cortometraggio, un lavoro complesso ma importante che con le classi si affronta in modo collettivo: c’è chi scrive, chi si occupa degli aspetti tecnici, chi recita.

C’è un iniziale lavoro in gruppo per definire il tema principale e per raccogliere le idee di tutti, poi c’è la stesura della sceneggiatura; nonostante la grammatica stenti, le idee che emergono sono sempre originali e rispecchiano quella che è la realtà vissuta dai ragazzi nel quartiere: il tema delle ragazze madri, il bullismo, l’aborto, la camorra. Ogni volta che un progetto viene portato a termine la gioia è grande, e a volte travalica l’ambito scolastico.

Nel corridoio di ArciMovie, in una vetrina, ci sono molti premi che le classi hanno vinto in numerosi festival dedicati al cinema per ragazzi. Esempi come questo, oltre alla grande soddisfazione alla fine di un lavoro impegnativo, restituiscono una speranza forte: che l’esperienza si trasformi in passione, e perché no, se si è fortunati anche in professione.

La masseria, sede di ArciMovie è una location molto suggestiva, ed è stata usata per le scene di alcuni film, oltre ad essere il luogo dove i ragazzi sviluppano le loro idee.

Da una porta che si affaccia sul cortile si accede alla mediateca, un luogo pensato soprattutto per i bambini, dove vengono raccolti centinaia di film, e dove le classi dei più piccoli arrivano in compagnia delle insegnanti per assistere alle proiezioni e discuterne insieme.

Il lavoro con le scuole primarie è una parte importante di tutto il lavoro dell’associazione: con loro, attraverso il linguaggio cinematografico, ma anche con laboratori di teatro, si possono mettere in discussione tematiche di ampio respiro. Quelle ambientali, per esempio, dal recupero dei rifiuti, al riciclo, alla creazione di orti sospesi.

Sono bambini di un quartiere definito difficile, ma paradossalmente più ricco di stimoli, rispetto ad altre parti della città. Qui, è stato possibile vedere tanti film, girarli, viverli e farlo insieme.


Maestri di strada

Quando a teatro si alza il sipario, siamo pronti a vedere sul palco gli attori che si muovono, parlano, raccontano una storia seguiti con le luci dai tecnici e accompagnati dalla musica; entrare e uscire da dietro le quinte e giocare tra la scenografia e arrivare alla conclusione dello spettacolo tra gli applausi del pubblico. Che ne sarebbe degli attori se tutto il resto mancasse? Niente palco, niente quinte, niente pubblico e niente storia.

Rimarrebbe quel senso di immobilità senza scopo, senza voglia di interazione perché una trama da seguire non c’è, la coreografia non si sa cosa sia, lo spazio intorno non rimanda a immaginari fantastici, ma ci immobilizza alla pura realtà. Bisogna ripartire, riorganizzarsi, ritrovare la motivazione e riprendere i fili della storia.

Ci vuole un regista

Cittadinanza attiva. A teatro questo concetto si potrebbe tradurre come “azione sulla scena”, un’azione portata avanti da più attori: insegnanti, educatori, genitori e ragazzi che insieme collaborano a quello che per l’associazione è il motore che dà significato al concetto di educazione: la collaborazione in vista della creazione di un ambiente sano, dove i più giovani possano affrontare l’incertezza della crescita.

Il regista è colui che ha in mente la destinazione finale, sa come arrivare alla conclusione della storia includendo tutti i personaggi e tutti i passaggi, che accompagna gli attori e li aiuta a superare i momenti di difficoltà.

In difficoltà sono innanzitutto gli studenti, molti dei quali abbandonano molto presto le aule scolastiche; in difficoltà sono gli insegnanti ai quali va ricordato che provare frustrazione e fatica è assolutamente normale; in difficoltà sono i genitori, che non hanno gli spazi per il confronto su quelle che sono le reciproche fatiche di un ruolo così delicato e hanno dimenticato come prendersi cura di se stessi.

Bisogna ritrovare degli spazi di confronto e di pensiero, luoghi in cui, in gruppo e attraverso il dialogo, i punti di vista si incrocino. L’educatore, l’insegnante e i genitori assieme possono far emergere un’immagine più veritiera dello studente e della sua situazione: l’identità del ragazzo non si esaurisce nell’adolescente aggressivo con l’insegnante, ma si scopre una persona complessa che è in grado di cambiare e di assumere, attraverso il cambiamento dello scenario, ruoli e comportamenti positivi.

Il palco e la scenografia

Il secondo spazio di cui c’è bisogno è fisico, un luogo dove le diversità possano entrare in dialogo, dove l’incontro col diverso possa insegnarci a gestire la paura, a provare curiosità, conflittualità, competizione e convivenza. Per esempio il palco del centro territoriale Asterix, dove i ragazzi si trovano e scoprono tutto questo.

Un luogo di sperimentazione dove il ragazzo che davanti ai suoi amici deve dimostrare di essere il più forte, può, per gioco, fare la donna, essere educato, piangere, può essere dolce con una ragazza, perché nel farlo dimostra una sua abilità, cioè quanto è bravo a recitare; nel luogo del teatro la rappresentazione di se stessi può cambiare e l’immagine e il ruolo che si assumono nel contesto scolastico vengono meno. Si può incominciare così a mettere in discussione quello che si crede di voler essere, ci si spoglia di quello che la televisione e il quartiere dicono.

Ma anche uno spazio dove si insegni che cosa significa avere passione per il proprio lavoro, in un posto dove di lavoro non ce n’è; a saper gestire il tempo, nel senso di imparare ad avere pazienza per vedere soddisfatti i propri desideri; a saper aspettare il momento giusto perché le ansie passino.

La storia

Per inventarsi una trama ci vogliono fantasia e originalità ma la prima battaglia che bisogna affrontare è quella per la riappropriazione degli immaginari. I principali nemici sono i media, che non vanno però demonizzati, ma il messaggio che passa loro attraverso deve essere integrato con della cultura alternativa; cultura che si trova facilmente nei programmi scolastici: il teatro classico è un ottimo esempio di contenuto che può essere usato dai ragazzi perché venga riscritto e attualizzato in modo che parli di loro e della loro realtà.

Ma anche le altre materie scolastiche possono essere utili, nel nostro percorso come nella vita, la cultura è il mezzo più efficace per uscire dalle situazioni di difficoltà e riappropriarsi della propria storia. Perché queste discipline siano più accessibili anche a chi ha più difficoltà, vengono affrontate attraverso il gioco e la concretezza

Gli attori

Se il desiderio è quello di creare una comunità educante attorno agli adolescenti, il lavoro con e per le famiglie è molto importante per due motivi: innanzitutto perché sono i primi punti di riferimento dei ragazzi e possono aiutare i gruppi che sostengono i giovani a essere più sereni.

Un altro motivo per lavorare con i genitori è trovare tra loro persone che vogliano continuare un percorso di collaborazione assumendo il ruolo di mediatore culturale diventando attivi per il loro quartiere come educatori territoriali. Spesso, sono proprio i genitori che hanno fatto questo percorso a tenere laboratori nelle scuole superiori. Adulti, o giovani adulti, che per creare un ambiente positivo intorno ai ragazzi si trasformano e trasformano attraverso i loro occhi il quartiere.

Dal percorso che comincia con l’adolescente che è in difficoltà e va male o vuole abbandonare la scuola, entrano in scena una moltitudine di persone, personaggi, personalità in grado di deformare la realtà. Tutti loro, insieme, sono in grado di creare e riscoprire la bellezza di un quartiere, di una città, di chi ci abita e dei giovani che ne saranno i protagonisti.

Questo reportage è a cura dell’Associazione Culturale Francesco Lo Bue/Radio Beckwith Evangelica .

Pubblicato a giugno 2014.

Tutti i materiali prodotti sono di proprietà dell’Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese.